Monsignor Romero, 30 anni dopo.

Un viaggio per capire e incontrare

di Susanna Bernoldi. Marzo 2010.

Si, un viaggio per conoscere sul campo la meraviglia di alcuni popoli del Centro America -vittime della prepotenza di chi pensa di poter usare popoli e terre come sue, senza rispetto alcuno per gli altri - e per rivivere con il popolo salvadoregno, un altro mio ideale: Mons. Arnulfo Romero, nel trentesimo anniversario della sua morte, avvenuta il 24 marzo 1980.

Un viaggio organizzato da Pax Christi (la garanzia di un'Associazione nata e che opera sul pensiero e la vita di Mons. Tonino Bello!) con la quale ad agosto ho camminato nei territori palestinesi occupati dal governo e esercito israeliano dove ho toccato con mano la violenza quotidiana su un popolo inerme che ci ha lasciato sconvolti per la sua forza e caparbietà.

Tornando a questi meravigliosi 30 gradi.. :-)....

Abbiamo trascorso due giorni in Guatemala. Nella capitale, Città del Guatemala, Mons. Gerardi, il 26 aprile 1998, 48 ore dopo aver presentato ufficialmente in cattedrale i tre volumi  del grande lavoro di denuncia, voluto dalla Conferenza Episcopale - delle torture e dei massacri sul popolo compiuti per ordine del governo del Gen. Rios Mont, viene massacrato da sicari a colpi di mattone alla testa. Rios Mont era stato messo al comando del paese dall'oligarchia delle poche famiglie potenti del paese e sostenuto poi dagli USA. "NUNCA MAS", la cui sola lettura ti fa morire dentro, era stato un lavoro molto difficile di ricerca, ma fondamentale per il recupero della memoria storica, perchè la popolazione Maya guatemalteca potesse ritrovare i propri morti: 150.000, + 50.000 desaparecidos, un milione di rifugiati, 40.000 donne violentate... 200.000 orfani... e riscattarli.

Per  perdonare occorreva conoscere  anche i "peccatori" (per il 98% militari e paramilitari negli anni '80-'83) per poi poter tornare alle proprie comunità e ricominciare a vivere nella pace.

 Abbiamo visitato la meravigliosa Antigua, patrimonio dell'umanità secondo l'Unesco... e secondo tutti noi :-) e poi via nei nostri due piccoli bus attraverso il confine con El Salvador! Capisci di essere in un altro mondo, anche se il popolo ha gli stessi caratteri somatici.

Non vedi più i colorati e bei costumi tradizionali che le donne in Guatemala indossano nella quotidianità: qui è tutto Estados Unidos! Il dollaro ha sostituito il "colòn" e ogni 50 mt., almeno nella capitale, ci sono Fast Food pubblicizzati da continui enormi cartelli (è evidente che qui i polli vivono l'inferno degli allevamenti intensivi). Ricordo che nel 1932, a seguito delle richieste dei nativi della regione del Sonsonate che vivevano in una spaventosa povertà, il Presidente di allora, Gen. Hernandez, con i proprietari terrieri, decise di reprimere le manifestazioni:del popolo: 30.000 morti!!! E da allora fu vietato vestire gli abiti tradizionali e parlare la propria lingua. L'unico ricordo dei loro costumi, in tutto il Salvador, è oggi un minuscolo grembiule con pizzo indossato dalle donne sui loro abiti, ormai tutti occidentali, ai banchetti dove vendono o cucinano.

Vorrei che tutti avessero potuto partecipare agli incontri nei quali abbiamo provato emozioni tanto forti! Persone che con il racconto delle loro storie o i lucidi e precisi esami della storia e situazione economico-sociale attuale, hanno spalancato voragini di consapevolezza e indignazione. Per ora rimangono sul computer o sul quaderno, ma soprattutto nel mio cuore.

Provo a condividere qualche cosa di importante per me:

Ad esempio gli amici del gruppo: persone normali con storie di volontariato nel mondo come un chirurgo neurologo che è stato in Sud Africa, Salvador (e ne ha raccontate di storie sulla malacooperazione governativa contro la quale ha lottato!), un'anestesista che è stata in Afghanistan, Sierrra Leone e Nord Sudan con Emergency, sempre pronta a partire, e poi gli altri, con periodi in Ruanda, Europa dell'Est... in Chapas, in progetti proprio in Salvador con Pax Christi e Ass. Romero..., in Italia con il Commercio Equo, altri ancora che semplicemente volevano dare testimonianza di solidarietà con il popolo salvadoreño. Con tutti si è creato un clima di grande amicizia, proprio sfruttando le nostre grandi diversità! ... il nostro autista Don Herman, poi, un sorriso sempre e comunque, ma ora vi presento alcuni Grandi incontrati in questo cammino:

* Mariella Tapella, missionaria laica da 24 anni in Salvador che con Padre Tilo (un mito di sacerdote!) ha fondato il SERCOBA (Servizi per le Comunità di Base). Insieme hanno dato vita a 59 Comunità di Base  nel paese, per la coscientizzazione del popolo sui suoi diritti, per accompagnarlo nelle sue necessità primarie non soddisfatte dai Governi, nelle sue lotte contro le dittature e le multinazionali che hanno distrutto e continuano a distruggere il territorio e quindi la vita dei contadini. (E’ un continuo di dighe utili solo alle multinazionali estere e per vendere energia all'estero dato che nel paese vi è un surplus di acqua;  miniere d’oro che avvelenano corsi d'acqua e terreni, ecc.)..

Mariella: una sessantenne alta, bionda, dolce... una roccia che ha vissuto la guerra degli anni '80 e continua  a camminare a fianco di questo "suo" popolo.

* Padre Josè Rutilio Sanchez (Padre Tilo per tutti) che per la sua lotta a fianco del popolo contro le violenze delle milizie governative e gli squadroni della morte,  ha avuto ben 9 attentati. Una guida per la sua gente. E' anche lui una forza della natura, con i suoi baffoni e capelli quasi bianchi e l'immancabile cappello di paglia, anche lui artefice del lento e doloroso, ma inarrestabile, riscatto del popolo salvadoreño.

* un campesino della comunità di Copapaio nel Chalatenango: una comunità di 50 persone che sta crescendo grazie al lavoro degli operatori del Sercoba. Lo vedete nella foto: semplice, anche lui con il suo sombrero, ci ha raccontato con grande dignità e precisione il dramma vissuto dalla sua gente. E' tra coloro che sono sopravvissuti alla strage dei militari che uccisero migliaia di campesinos solo perchè si opponevano – come tutt'ora fanno – alla costruzione delle dighe sul fiume Lempa (oggi già 18...). Chi scampò al massacro fuggì in Honduras e lì visse in condizioni miserabili, bersaglio della milizia ondureña il cui governo cercò di farli tornare singolarmente; così facendo sarebbero stati perà facile bersaglio degli squadroni salvadoreni e allora caparbiamente rientrarono tutti insieme e insieme hanno ripreso a lottare. Anche in questa comunità, come in tutte le altre, come in tutti i paesi che lottano contro le dittature, le donne sono state le protagoniste, anche nelle decisioni strategiche, anche nella lotta armata. Grazie, campesino di cui non ricordo il nome, ma del quale non dimenticherò il viso e la storia: una chiarezza di esposizione, una fermezza... e mai una parola di odio!

* Padre Antonio Confessor Carvalho Hernandez, 45 anni, sacerdote da 12, parroco del paesino di S. Antonio (regione di San Vicente) da 9. Tante le minacce di morte ricevute, perchè anche lui è a fianco della sua gente e le dà forza, la aiuta a non arrendersi alla multinazionale italiana Astaldi, che ha avuto l'appalto per la costruzione dell'ennesima diga che costringerebbe migliaia di persone ad abbandonare la propria terra, a perdere ogni possibilità di sussistenza.

Abbiamo fatto una gran fatica a nascondere il pianto quando, con una semplicità disarmante, ci ha comunicato la sua paura, la stessa paura che Mons. Romero aveva sapendo di essere condannato. Ma come lui, non intende cedere. Ci ha raccontato di come vesta gli abiti talari ogni volta che si pone alla testa delle marce di protesta, proprio perché possa essere ben identificato e sia chiaro che la Chiesa è a fianco del popolo. Ed è stato molto bello sapere che il suo vescovo, che dapprima lo criticava, è ora al suo fianco e lo difende con forza contro le accuse e le campagne di diffamazione a mezzo stampa. Ci ha lasciato all'ascolto delle testimonianze di alcuni abitanti di Sant'Antonio, perché lui doveva correre ad accompagnare un campesino da un dottore: la sua giornata è interamente dedicata a tutti coloro che hanno bisogno di lui.

Per concludere, un accenno ai due grandi  che con innumerevoli altri religiosi, catechisti, sindacalisti e cittadini inermi hanno perso la loro vita. Oggi, 21 marzo 2010, siamo andati al muro della memoria dove è l'elenco dei nomi degli uccisi, dei desaparecidos e dei luoghi dei massacri. Dove sono indicati i nomi dei 30.000 conosciuti, mentre mancano ancora all'appello altri 50.000!!!   

* Padre Rutilio Grande, giovane sacerdote grande amico di Mons. Romero, ucciso nel 1977 con l'anziano contadino e un bimbo che erano al suo fianco mentre si recava a celebrare la Messa al paese di Paisnal. La sua "colpa" era la sua lotta a fianco del popolo. Abbiamo provato l'emozione di marciare a fianco della sua gente, di ascoltare le parole di chi l'ha conosciuto e ha lottato con lui. Tutti insieme sotto un sole cocente, insieme per dire Basta alla violenza!

Ora al governo vi è la sinistra, che sta compiendo alcuni passi democratici, ma pare soggetta a una potente famiglia e alle multinazionali che con la costruzione di altre dighe, con le miniere e altro stanno distruggendo la natura del paese e la vita di migliaia e migliaia di campesinos cacciati dalle loro terre. Per questo le loro lotte sono di ogni giorno e le minacce di morte, anche.

* Mons. Oscar Arnulfo Romero che nessuna minaccia riuscì a tacitare. E' stato bellissimo vedere quanto è amato dalla gente di ogni età. Alla prima marcia ci siamo ritrovati insieme a centinaia di migliaia di persone provenienti non solo da tanti paesi dell'America Latina, ma di tutto il mondo! Che meraviglia vedere migliaia di bambini con le loro famiglie e migliaia di giovani! E tutti, giovani e adulti, a cantare le tante canzoni scritte su Romero! E, al termine, la celebrazione fuori dalla cattedrale con la testimonianza di uno dei sette gesuiti scampati al massacro dell'Università nel 1989. Inutile dirvi l'emozione di quando siamo stati alla tomba di Romero, ma ancor più quando abbiamo partecipato a una celebrazione nella cappella dell'Hospitalito (l'ospedale per malati terminali dove lui viveva), vedere l'altare dove lui è stato ucciso da un franco tiratore e quella minuscola camera dietro all'altare che lui aveva preferito alla casa vescovile... un grande! E ieri, alla Messa in cattedrale... la preghiera finale cantata in arabo e poi tradotta da un musulmano... niente muri, ma ponti tra tutti!

Le sue omelie, l'amore per la sua gente che gli faceva vincere la sua innata timidezza e paura... questa è la Chiesa che io amo, quella "Chiesa col grembiule" di cui ci parlava e che viveva Don Tonino Bello. E penso che dietro a un Romero tanto noto, quanta Chiesa vera c'è che è incarcerata, torturata, uccisa, perchè lotta a fianco dei popoli, per la loro liberazione dalla schiavitù della miseria e delle dittature... ma di quelli non ci si ricorda abbastanza, o per niente!

Allora, per non dimenticarmi di questo popolo e di questo grande Romero, ho scritto un po' di appunti e ho comprato libri per immergermi nelle sue parole di pace che ancora oggi danno forza al suo popolo. Saranno a disposizione per chi li vorrà leggere.

Un saluto caro con mucho gusto!

Susi.

 

"Vogliamo che il governo capisca che a nulla servono le riforme se sono attuate con tanto sangue. In nome di Dio e poi in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio, Ponete fine alla repressione!"  

Mons. Romero

Il campesino racconta.                                Il futuro del Salvador, in marcia.