PROGETTO PER LA REALIZZAZIONE DI UN

 MUSEO DELLE STORIE E DELLE CULTURE UMANE

A cura di Silvia Montevecchi

 

Introduzione

L’idea di un museo che parli delle storie e delle culture dei popoli della terra, parte da due aspetti paralleli: da un lato la DONAZIONE di oggetti di diversa provenienza geografica, che Silvia Montevecchi vorrebbe fare ad un ente pubblico, in grado di farne un uso culturale ed educativo; dall’altro la consapevolezza che musei di questo genere in Italia sono pressoché sconosciuti, mentre in altri paesi europei ve ne sono quasi in ogni città. (La collezione privata oggetto della donazione è visibile cliccando qui)

Questi musei costituiscono uno strumento fondamentale sia da un punto di vista della formazione culturale, sia da quello conservativo.

Infatti, obiettivo principale, o “mission” di tali musei è far conosce all’opinione pubblica la straordinaria ricchezza della diversità culturale che per migliaia di anni ha percorso lo sviluppo umano. Al contempo, essi costituiscono un valore conservativo fondamentale, se si considera che moltissime ancestrali etnie umane si sono estinte nell’arco degli ultimi decenni, e ciò che resta di loro è solo ciò che alcuni appassionati lungimiranti (antropologi, viaggiatori, missionari,…) hanno potuto raccogliere durante le loro peregrinazioni.

In Italia il museo etnografico più importante è il Pigorini di Roma, che infatti lavora in rete con alcune tra le più importanti istituzioni analoghe a livello europeo.

Vi sono poi altri piccoli musei locali, per lo più dovuti alle congregazioni missionarie, grazie alle quali – data la loro permanenza in paesi lontani anche da secoli addietro – è stato possibile raccogliere e conservare oggetti che sono oggi di grande valore culturale.

E’ da sottolineare che anche i più grandi musei europei (es. il Quai Branly di Parigi), sono nati da piccole raccolte individuali, cresciute nell’arco di decenni di lavoro. (L’attuale museo di arte primitiva di Parigi, oggi vastissimo, realizzato sotto la direzione di Levi Strauss, fino a pochi anni fa era confinato in un paio di sale, in un’ala sotterranea del Louvre).

I musei etnografici, si prestano ad un’attività illimitata di iniziative culturali multimediali: mostre temporanee monotematiche, incontri con autori, ricercatori e documentaristi, rassegne culturali dedicate al cinema, alla musica, all’arte, alla cucina, alla moda… delle culture più diverse.

I laboratori didattici sono quindi estremamente attivi e creativi, sia per le scuole sia per i visitatori adulti.

Nella maggior parte dei musei esistenti, è contemplata sia la zona bookshop, sia la caffetteria (con specialità sul tema): due spazi che costituiscono una componente fondamentale per la redditività del museo stesso. Da questo punto di vista, va anche considerato che oltre ad un prezzo “sociale” del museo, tutte le iniziative correlate (cinema, concerti, corsi, ecc) sono a pagamento.

Segue una lista (con link) di alcuni tra i musei etno-antropologici italiani ed europei.

 

Metodologia e approccio espositivo

L’idea di museo qui proposta, vuole porre l’accento su due aspetti fondamentali delle culture umane: 1) la loro ricchezza  2) la loro complessità.

Per questo motivo si vuole privilegiare un’esposizione che renda conto dello sviluppo eterocronico delle culture umane e non (come spesso avviene) dando un’immagine lineare della storia. Per questo si parla di STORIE, al plurale.

L’esposizione parte quindi dall’ORIGINE DELL’UOMO, IN AFRICA, per poi proseguire nell’analisi dell’evoluzione culturale seguendo le linee delle grandi migrazioni. I percorsi museali seguono così delle traiettorie TEMPORALI E GEOGRAFICHE.  (Per una migliore comprensione della proposta si veda il Piano generale dei percorsi espositivi, quindi clicca sui vari PERCORSI). Queste poi confluiscono nel presente, con le sue ragnatele, i suoi meticciamenti.

Il linguaggio dell’esposizione:

sale e pannelli devono coinvolgere il visitatore partendo prioritariamente da delle DOMANDE, come fa un detective. Questo è lo stesso approccio dei ricercatori, antropologi, archeologi… “Come è avvenuta la tal cosa? Come si usava quell’oggetto? Perché quel popolo ha sviluppato quella strategia, e quell’altro popolo un’altra? Cosa mangiavano in quel posto? Perché quel popolo non ha sviluppato l’agricoltura? Perché quell’etnia si è estinta?” ….

L’esposizione materiale:

i percorsi di visita prevedono la realizzazione (il più possibile) di ambienti a grandezza naturale. Solo in alcuni casi si farà ricorso alle vetrine chiuse, per proteggere oggetti delicati e ormai rari, che potranno comunque essere concepite come diorama.

Per il resto, si vuole realizzare una “messa in situazione” del visitatore, attraverso la ricostruzione di ambienti il più possibile simili a quelli originari, sia del passato come del presente. Questo è l’approccio utilizzato da diversi tra i musei dell’elenco sopra riportato: in particolare quello di Amburgo, quello di Amsterdam, nonché quello Africano dei padri passionisti della provincia di Bergamo. In questi casi, si ha un coinvolgimento vivo del visitatore, che spesso ha la sensazione di trovarsi davvero in un villaggio africano o andino, ecc. 

Inoltre, sono inseriti sussidi multimediali in particolare per l’ascolto di suoni di repertorio (voci, canti, musiche) e la visione di filmati documentari.

 

Tempi della realizzazione.

La tipologia del Museo delle storie e delle culture umane, essendo concepita con percorsi di per sé autonomi, consente di realizzare il progetto con piccoli passi. Uno spazio dopo l’altro, un’epoca dopo l’altra, un continente dopo l’altro. E successivamente, sui tempi lunghi, a seconda degli spazi disponibili, delle finanze, dei desideri, sarà inoltre possibile allargarlo sempre più, inserendo aspetti più specifici, analisi di diverse tematiche e problematiche peculiari.

Anche se la proposta qui descritta può sembrare (ed è) di grandi dimensioni, voglio sottolineare che questo museo è un punto di arrivo. Come ho detto più sopra, i grandi musei etnografici europei sono il risultato di collezioni nate nei secoli scorsi, non nel giro di pochi anni!

La proposta in oggetto, suggerisce quindi di cominciare … dall’inizio. Ovvero, dall’origine della specie umana e dalle sue migrazioni, in una sala introduttiva che spieghi con un quadro generale l’evoluzione umana sino ai nostri giorni.

Quindi proseguire poi con la realizzazione del Percorso Africa. Questo per due motivi: il 1° dato dalla logicità temporale, (i ritrovamenti più antichi sono in Africa) che però non sarebbe obbligatoria, se non per il collegamento al 2° motivo, ovvero che la collezione privata fornita dall’autrice di questa proposta, è principalmente relativa ad oggetti africani.

E’ quindi su questo continente che è possibile iniziare una costruzione di ambienti di culture diverse, e proprio con il Percorso Africa è ampiamente possibile esporre proprio quel messaggio di complessità detto all’inizio, poiché in questo continente si è avuta una storia estremamente diversificata (es: tribù acefale contemporanee a grandi imperi centralizzati) e permangono ancora oggi enormi differenze culturali: etnie stanziali e nomadiche; allevatori, agricoltori, e ancora piccole minoranze di cacciatori-raccoglitori, il tutto in parallelo alla grande urbanizzazione degli ultimi decenni e all’avvento della globalizzazione.

Successivamente sarà possibile proseguire sia cronologicamente (=percorso Asia) sia in maniera indipendente  dalla scansione temporale, ma semplicemente seguendo le aree di interesse di chi è preposto a lavorarci (gli studenti, per esempio), nonché la disponibilità delle collezioni da esporre.

 

In che modo costruire il Museo?

a. L’ideatrice di questa proposta, oltre ad offrire la propria collezione privata di oggetti, si auspica di coordinare i lavori di realizzazione, attraverso la definizione iniziale di un comitato scientifico, costituito da esperti dei temi affrontati dal museo, nonché esperti di museografia, che di volta in volta potranno dare suggerimenti e supervisionare i lavori realizzati, prima di una loro installazione definitiva (con una funzione consultiva, non autoritaria né vincolante).

b. Occorre poi definire un gruppo di lavoro tecnico, che può essere costituito sia da esperti che da docenti (di scuole materne, dell’obbligo o di secondo grado). Il gruppo tecnico potrà pianificare tempi e modi per la realizzazione dei singoli spazi, anche con la partecipazione degli allievi.

c. L’esposizione finale potrà essere realizzata in parte con il coinvolgimento stesso di allievi e studenti, in parte con il supporto di professionisti della scenografia e di tecnici museografi per la realizzazione di pannelli, diorama, supporti video-sonori, eccetera.

Naturalmente è auspicabile anche il coinvolgimento di cittadini (genitori o amici) qualora appartenenti ad uno dei gruppi rappresentati, e che possano apportare conoscenze significative all’esposizione (esempio: la costruzione di determinati manufatti, stili di tessitura/tintura, la costruzione di abitazioni tradizionali, l’arredamento, l’abbigliamento…)

d. Ogni singola realizzazione potrà essere concepita come progetto a sé, mediante la ricerca di sponsor per sale specifiche. In tal modo si potrà procedere sempre con la “politica dei piccoli passi”, cercando di volta in volta piccoli finanziamenti.

e. Il coinvolgimento delle scuole è un aspetto estremamente importante di tutto il progetto. Innanzitutto perché il Museo ha in sé l’aula didattica, proprio per questo scopo. Inoltre perché l’opportunità di contribuire a realizzare “un pezzo di museo” può costituire uno stimolo forte per i ragazzi, ed essere strumento di didattica attiva e problematizzante, per i docenti.

f. Una volta individuato il percorso che si vuole realizzare, sarà opportuno attuare veri e propri messaggi pubblicitari per sensibilizzare chi tra i tanti viaggiatori del nostro paese avesse voglia di fare donazioni di oggetti raccolti, in un dato ambito geografico e culturale. Come ho detto più volte, tutti i grandi musei sono nati così: dall’insieme di raccolte private e donazioni.

Spesso le persone non sono intenzionate a donare i propri oggetti, non sapendo che fine faranno. Ma quando invece un progetto è già avviato e può quindi fornire garanzie di qualità e buon uso, allora si trovano molte persone che sono felici di condividere i propri beni col grande pubblico.

 

Gli spazi necessari.

Come si può facilmente comprendere, un museo di questo tipo può diventare di grandi dimensioni. E’ il caso dei più grandi musei europei citati (Amsterdam, Parigi, Bruxelles, Amburgo).

Ma come ho già precisato sopra, tutti questi musei sono stati realizzati in decenni se non in uno o più secoli di raccolte private. Ad una collezione privata iniziale, se ne sono poi aggiunte altre nel corso del tempo.

Di conseguenza, è opportuno partire dal piccolo, senza porsi obiettivi avveniristici. E’ importante avere, per cominciare, alcune sale per l’Introduzione, il Percorso Africa, e possibilmente anche il bookshop e l’aula didattica (in cui poter fare anche incontri e proiezioni).

Al contempo, l’ideale sarebbe avere la possibilità di pensare ad uno spazio “modulare”, che possa essere… occupato nel tempo.

O un edificio a più piani, o un’area rurale, in cui costruire successivamente diversi padiglioni, di diversa ampiezza. Se il museo potesse collocarsi in un’area verde (anche una ex scuola con giardino, o ex fabbrica, ex stalla…) sarebbe ottimale.

Si veda ora:

-  La diffusione del genere umano sulla terra. Tratto da: Jared Diamond, “Armi acciaio e malattie” Einaudi ’97. pag. 23.

-  Piano espositivo generale e successivamente, cliccare sui diversi Percorsi:

  1. Percorso Africa

  2. Percorso Asia

  3. Percorso Europa

  4. Percorso Oceania

  5. Percorso Americhe

 

Proprietà e gestione

Il progetto viene proposto per la realizzazione all’interno di spazi di proprietà di un ENTE PUBBLICO, che in quanto tale si farà garante del suo pubblico utilizzo a scopi culturali ed educativi.  

L’apertura al pubblico dovrà essere garantita da personale specializzato, in carico della tutela dei beni, nonché del book shop e della caffetteria: elementi indispensabili per l’autofinanziamento stesso del museo.

*****

Marzo 2010.

Silvia Montevecchi

www.silviamontevecchi.it