…La foresta primigenia, come un rito iniziatico

 

Patrizio Roversi racconta Bologna.

Intervista di Silvia Montevecchi raccolta nell'estate 2002.

E’ un personaggio noto al grande pubblico, dunque non vi è granché da presentare. Il successo maggiore, sempre in associazione alla moglie Maurizia, in arte Siusi Blady, è probabilmente “Turisti per caso” che a mio avviso è un programma di una grande bolognesità, nel tipo di  ironia e di analisi socio-politiche. Li vediamo poi in “Velisti per caso”, ma anche … nelle pubblicità di un famoso detersivo!

L’intervista avviene nella sede del loro programma, in particolare nello “studiolo” di Velisti, che è abbarbicato su una mansarda del centro città. Patrizio parla veloce come un treno. Abituato al microfono, tiene in mano il mio registratorino, e io mi ritrovo a ridere anche mentre lo “sbobino”.

E’ una persona molto gentile, di una grande disponibilità. Giusto un consiglio per gli acquisti:  ha firmato lui la prefazione al mio libro “Realizzare i sogni. Storie di donne e uomini felici” (Unicopli, 2002).

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Silvia Montevecchi: Patrizio, tu sei un bolognese di adozione. Com'è stato il tuo incontro con la città, a quando risale? Perché hai deciso di stabilirti qui?

Patrizio Roversi: Guarda, per me Bologna è stato un amore sognato prima che consumato. Io sono nato a Mantova, in questa bellissima cittadina di provincia, dove in teoria si stava molto bene, ma in realtà un adolescente secondo me ci stava molto male! O almeno, io. Perché certo è molto bella, ma è una città anche molto chiusa, che almeno a me, 30 anni fa, non dava prospettive. Forse adesso è cambiata, non lo so. Sai come sono le città piccole: tutto è molto protetto, ma è anche tutto molto predeterminato.  Ognuno ha un ruolo sociale, è un personaggio, che recita, come in una commedia. Io almeno, avevo la sensazione di avere un ruolo calato addosso, e doverlo poi giocare tale e quale per tutta la vita. Ti ritrovi un giro di amicizie ben preciso, un ambito preciso in cui muoverti e sei "collocato". Non sei mai "un mistero" per i tuoi concittadini, sei sempre qualcosa di definito, "quella cosa lì".

Bologna quindi mi stimolava, anche se non c'ero mai stato.  Era "il luogo degli universitari". Un luogo di crescita. Mi faceva pensare alla foresta,  in cui ogni giovane della tribù deve andare, per subire l'iniziazione!

Ecco, per me Bologna era l'iniziazione. All'epoca era abbastanza bravo a scuola, addirittura feci due anni in uno, stimolato da questa voglia di andarmene!  Mentre frequentavo la 2° liceo classico studiavo le materie del 3° anno per dare l'esame da privatista, e venirmene a Bologna prima possibile. Feci la maturità nel 1972.

S.M.: quindi era un bel periodo, anni caldi…

P.R.: beh sì, dipende. A Mantova il '68 si era sentito si e no. Certo il mito bolognese era molto forte. Io avevo accarezzato l'idea di iscrivermi a Lingue Orientali a Napoli o a Venezia, ma poi parlando sul lago di Mantova con un amico, seppi che si era liberato un posto in un appartamento di studenti a Bologna, e così dissi "va bene, vengo a Bologna!". Perché in fondo il sogno era la città. Sì, mi interessava la facoltà di Lingue Orientali, ma preferivo Bologna a Venezia, e così mi iscrissi al Dams, ma fondamentalmente mi iscrissi a Bologna!

Ricordo perfettamente il giorno del mio arrivo. Era un giorno d'agosto, nel '72, in giro non c'era un'anima!

Venni  15 giorni dopo aver saputo i risultati della maturità. Quell'appartamento mi sembrò meraviglioso. In realtà credo che fosse di squallore totale! C'era un compagno di casa siciliano, che è tutt'ora il mio migliore amico.

Insomma, Bologna è stato proprio un grande sogno. E non mi ha affatto deluso nel tempo. La Bologna del '72-73 era una città con un tessuto sociale estremamente flessibile e fecondo. Era davvero facile inserirsi, da tutti i punti di vista. Sul piano universitario, il Dams allora aveva circa 600 iscritti (io ero la matricola 609). Era un paradiso! I luminari nel campo dell'arte e dello spettacolo insegnavano a 5-6 studenti alla volta, quindi era estremamente bello, coinvolgente, entusiasmante. Poi era possibile concretizzare immediatamente le cose che avevi in testa, lavorando.  Io diventai subito animatore teatrale all'interno di una compagnia bolognese, che era il Teatro Evento. Immediatamente, grazie a Teatro Evento, trovai lavoro nell'Arci, e cominciai a lavorare nelle colonie estive del Comune. Insomma, lavoravo già prima di cominciare a fare gli esami!  Usavo tecniche di animazione teatrale, per insegnare ai bambini a fare teatro. Siusi insegnava cinema nella stessa colonia, e così…

S.M.  …e galeotta fu la colonia…!

P.R. esatto! Insomma, inserirsi a Bologna fu davvero molto semplice. Vi erano poi queste "istituzioni esistenziali, sociologiche".. che erano gli appartamenti degli studenti.  Era la situazione ideale!  Femmine per conto proprio e maschi per conto proprio, però era bello perché c'era una promiscuità totale! A livello antropologico, era una situazione davvero uguale alla foresta primigenia! L'adolescente che vive da solo, lontano dalla famiglia che ha i primi contatti col mondo, che deve affrontare un'iniziazione di tutti i tipi (gastronomica, sessuale, quella nei confronti del mondo del lavoro..) e insomma, Bologna era strepitosa. E tale è rimasta per un bel po' di tempo.

Dopo aver fatto gli animatori, Siusi ed io abbiamo cominciato a fare Teatro per ragazzi. C'erano molti quartieri che promuovevano una serie di attività, il Comune era estremamente recettivo nei confronti di nuove idee culturali e coinvolgeva nuovi operatori. Così lavorammo subito, e molto. Poi vi era un tessuto sociale che ti contestualizzava, in termini generazionali, professionali, culturali, politici. Il nostro approccio fondamentale fu attraverso l'Arci con il circolo Cesare Pavese, di via del Pratello. Io, Siusi ed altri avevamo maturato alcune idee da proporre, e al circolo ci accolsero schierati gli "anziani" del consiglio direttivo, che  erano davvero "i babbi" e ci trattarono come tali. Insomma chiedendoci se eravamo seri o cretini, e noi dimostrammo di essere seri! "Noi vi diamo tutto quello che volete, ma voi dovete essere responsabili. Fare attività che funzionino, pagarvi le bollette, perché non è che ve le paghiamo noi..".  Con questo atteggiamento "burbero", ti costringevano ad assumerti le responsabilità, non erano paternalisti e in realtà ti davano tutto. Ti davano un posto, un ambiente, un contesto…

S.M. Il massimo che può cercare un giovane!

P.R. Sì. Una disponibilità, uno spazio, nel quale nessuno ti diceva cosa dovevi fare ma dovevi saperlo tu. Erano ospitanti perfetti. Il Pavese era un contesto con una sua personalità, dove noi abbiamo cercato di affermare la nostra. Per 4 anni abbiamo fatto il Gran Pavese Varietà, il primo anno 4 giorni a settimana, e negli altri 3  “i babbi”  facevano il liscio, nella stessa sala "doremi". 

C'era una grande commistione tra pubblici diversi, generazioni diverse, livelli sociali diversi. Al Gran Pavese venivano i miei amici che già cominciavano a fare i magistrati, e venivano quelli che loro avevano processato il giorno prima! C'era davvero di tutto, perché questo era Bologna. Una grande duttilità, una convivenza di culture diverse che tra loro avevano dei rapporti. Un altro esempio pazzesco secondo me, tra i circoli Arci, era il circolo Spartaco: una costruzione a quattro piani in cui tu trovavi il mondo!  Al piano terra gli anziani che giocavano a bigliardo o a carte, al primo piano una bellissima sala per il liscio, al secondo piano gli immigrati che facevano le feste, al terzo piano i poeti d'avanguardia che leggevano cose incomprensibili,… insomma c'erano davvero tutti, che convivevano nella stessa struttura, dividevano gli stessi spazi, prendevano il caffè nello stesso bar. E c'era una contiguità generazionale, sociale che secondo me era il segreto di una società ricca di comunicazione.

S.M. Quali sono i cambiamenti maggiori che hai visto in questa città?

P.R. Mah, sai, per me già è difficile capire i cambiamenti che sono avvenuti in me! Ancora più difficile mi è capire quelli fuori. Diciamo che fino all'84 ho vissuto principalmente di notte. Andavo a letto alle 5 del mattino, lavorando al Pavese. Ero informato su tutto quello che succedeva. Inoltre Siusi nel 75-76 aveva gestito un locale per sole donne che sia chiamava La Tregenda. La parentesi del '77 per me fu molto dura, e io la vissi estraniandomi dai casini della città. MI feci venire un'influenza per cui rimasi a letto 20 giorni con la febbre! Era chiaramente una malattia psicosomatica, perché io non ho aderito al Movimento, non accettavo determinate forme antagoniste di quel movimento. Io il Parmigiano l'ho sempre pagato, non l'ho mai espropriato. Non lo so perché, per moralismo di centro-destra forse, non lo so, ma mi dava fastidio quel tipo di rabbia, che avevano alcuni, che si sentivano marginali. Io non mi sono mai sentito marginale in questa città. L'Autonomia, quindi non l'ho mai vissuta, anche se ho vissuto da vicino, con amici e conoscenti tutto il lavorio intellettuale, culturale, mentale, che il '77 ha provocato. SI posero allora le basi per il movimento del "demenziale", con gli Skiantos, che poi è diventato demente…!

Sai, nel '68 io avevo 14 anni. I sessantottini sono i miei fratelli maggiori, che fondamental-mente non ho mai sopportato, e tuttora non sopporto! …hanno fatto tutto loro…

Il demenziale che  a Bologna ha preso piede, grazie a Freak Antony e a tutti gli altri, in parte anche grazie a noi di Gran Pavese, era una risposta ironica all'ideologia imperante del '68.  Non era affatto disimpegno, ma era il rovesciamento ideologico di determinate parole d'ordine e imperativi categorici. Anche in termini umani e personali, era veramente il trionfo dell'ironia, rispetto ad una seriosità insopportabile di molti sessantottini (e che hanno mantenuto).

Insomma, Bologna era un po' in prima fila, recettiva e flessibile. Noi poi siamo andati un po' in giro, anche a Roma. Nell'84 abbiamo cominciato a lavorare in RAI e per un po' il mio obiettivo era fare delle cose il cui referente era Roma.

S.M. Infatti questa era una delle domande. Avete vissuto a Roma. Non avete mai pensato o sentito la necessità di trasferirvi stabilmente?

P.R. I referenti erano a Roma, ma tutto ciò che noi costruivamo, in termini diciamo "creativi" nasceva comunque a Bologna. Per esempio: una serie di trasmissioni che noi abbiamo fatto a Roma, come "Se rinasco" o "Politistroyka" che erano spettacoli di gioco collettivo, li abbiamo fatti con le Coop e le Feste dell'Unità in giro per Bologna e l'Emilia Romagna, per anni, e poi l'elaborazione trovava successivamente uno sfogo in RAI. Quindi le radici e i rapporti con Bologna erano strettissimi. Abbiamo abitato a Roma, ma sempre come pendolari. La necessità di viverci stabilmente sì, l'abbiamo sentita. E abbiamo anche provato, soprattutto dopo la nascita di Zoe, nel '97-98, ma non ci è piaciuto.  E' una città estremamente dispersiva, difficile da vivere, dove ci siamo sentiti snaturati perché sentiamo la nostra natura legata a Bologna. Anche adesso, ci  ostiniamo a lavorare qui. Con una fatica enorme, di carattere economico, organizzativo, produttivo. Fare una trasmissione a Roma è mille volte più facile, perché trovi le collaborazioni, le professionalità, perché gli ospiti sono lì, … mentre qui ci siamo inventati questo studiolo, ma certamente è un gesto eroico stare a Bologna a fare certi mestieri!

Anche se gli enti locali ci hanno provato, non sono riusciti a creare un contesto adatto. E' difficile. Però, noi ci ostiniamo! Non per orgoglio campanilistico, ma perché .. insomma, il contesto è tutto. Io non credo a quello che si mette lì e scrive. Fa il suo mestiere e potrebbe essere dovunque. Non è vero. Il contesto è l'aria che respiri. Le collaborazioni, gli scambi, gli amici, i ritmi di vita che hai, l'estetica che ti circonda,… Tutto ciò è fondante, rispetto a ciò che fai. Qualunque mestiere tu faccia. A maggior ragione se fai il tranviere, o il barista. Ma anche se fai l'asino come noi. Per cui, assolutamente abbiamo deciso di rimanere qui e ci rimaniamo. Certo sarebbe più facile emigrare.

S.M. Però forse sul profilo familiare, avendo una figlia, è più facile vivere a Bologna, no?

P.R. Certamente! Anche se ho dovuto investire tutto quello che avevo per stare in questa città.  Ho investito in una casa, collocata strategicamente, non lontana da dove lavoro. Mi sono concesso dei privilegi a Bologna, per continuare a starci. Io e Siusi abbiamo deciso di vivere vicini, in due case adiacenti ma separate, che non è un privilegio da poco. Conoscendo il territorio, ci siamo creati una tana più confortevole. Vivo senza la macchina, mi muovo in bicicletta. Credo che sarebbe stato più difficile investire in un'altra città, dove partire da zero. Quindi forse è stato anche un atto di prudenza. Del resto, è importante anche il contesto linguistico. Senza offesa, Roma è bellissima, ma per me era un po' un problema quando Zoe tornava a casa dall'asilo parlando romanesco! Non credo che sia campanilismo.  E' un discorso di appartenenza, di identità.

S.M. Dunque, parlami di questo. L'essenza della bolognesità. Qualcosa che io ho sentito molto, che avverti soprattutto quando esci dalla situazione. Io l'ho sentità molto forte quando ho vissuto a Roma e poi negli anni all'estero, in Africa. Che cos'è per te la bolognesità?

P.R. Okay, faccio un passo indietro. Torno alla tua domanda di prima, su come è cambiata Bologna. Secondo me è cambiata molto, e purtroppo non in meglio. E quindi è cambiata anche un po' la sua identità. Mi fa impressione, però devo ammettere di parlarne in maniera molto nostalgica. Del resto non me ne vergogno ma anzi rivendico la mia nostalgia!

Ti parlavo di questo tessuto sociale, collegamenti, rapporti, confronti… Quello che a Bologna faceva "i cazzi suoi" era uno strano, una mosca bianca, perché il sociale, lo scopo, il fine comune, era l'elemento predominante. Era bello! Ma allora era così, poi questo anelito si è perduto gradualmente. Secondo me perché si è persa anche una serie di agenzie. Il fatto che l'Arci abbia chiuso i suoi circoli, per me è stato gravissimo. Le Case del Popolo, sia nel centro come nelle periferie, assolvevano ad una funzione fondamentale. Il fatto che il Partito e il sindacato siano entrati pesantemente in crisi, comunque la si pensi, ha significato la perdita di momenti di confronto. E poi si è perso proprio il sistema nervoso della città. Io non sono mai stato iscritto a nessun partito. Sono sempre stato simpatizzante della sinistra e per anni ho trovato la mia collocazione non solo lavorativa nei Festival dell'Unità, che erano cose importanti, belle. La città insomma non era "molle".  Era "muscolosa" Se volevi lanciare un'idea, avevi dei referenti, sapevi a chi rivolgerti.  L'impressione mia, forse sbagliata, è che ad un certo punto questo tessuto sociale si sia completamente sfilacciato. Le categorie si sono in qualche modo corporativizzate. I collegamenti tra le fasce sociali si sono sclerotizzati. Gli studenti sono diventati una categoria a sé, che distingui, con i loro locali. Non hanno profondi rapporti con la città, come avevamo allora. Insomma, si ragiona di più per sé che per categorie sociali. Di conseguenza… saltando qualche nesso, la gente ha cominciato a parcheggiare in mezzo alla strada, non ci sono più regole comuni, non si tiene più alla città in senso collettivo, come era anni fa, secondo me, ovviamente.

I consigli di quartiere ad un certo punto hanno interpretato il decentramento in termini di “decentramento di piccoli poteri”, e non come “ascolto delle istanze sul territorio”. Se viene meno la mediazione dei partiti, secondo me viene meno una cosa importantissima.  A Bologna il partito era una cosa seria! L'impegno delle persone, la loro capacità di capire, di percepire… era fondamentale. Veramente, tanto, tanto di cappello! E' stato un patrimonio che una generazione non è riuscita a trasmettere a quell'altra,  e si è totalmente perduto. Anche far politica è diventato estremamente complicato.  Non hai più un contesto omogeneo in cui entrare. Hai mille referenti che si dibattono, e a me viene voglia solo di mettermi alla finestra ad aspettare che si mettano d'accordo, dopodiché partecipo. Posso partecipare ad istanze molto specifiche. Per esempio sono molto coinvolto nei comitati antismog. La salute non è tutelata. Non si respira a Bologna. Quando porto a scuola mia figlia, vorrei parlare con lei ma non si riesce a farlo.  Non la sento! E ho fatto due prove audiometriche. Ci sento benissimo. E' che c'è un casino pazzesco. Sotto i portici, non si respira, e non ci si sente. Allora la gente partecipa ai comitati, ma per disperazione, per tappare delle falle macroscopiche. Perché l'amministrazione non tutela la salute. E quando è così, si perde totalmente la fiducia verso coloro cui demandi delle responsabilità. Così, l'individualismo diventa una bestia terribile. Ha preso il sopravvento, e non perché la gente sia diventata cattiva.

S.M. Del resto, questo è ciò che è avvenuto in tutto il mondo. E' un processo di tutta la società postmoderna.

P.R. E' successo in tutto il mondo. Bologna aveva degli strumenti per opporsi, ma li ha persi per strada.

S.M. E' stata comunque un'invasione culturale notevole. I cambiamenti generazionali  dal dopoguerra ad oggi sono stati pazzeschi. Era difficile pensare che Bologna potesse vedere ancora una trasmissione di valori tra una generazione e l'altra, con mutamenti del genere.

P.R. Sì, però secondo me ci sono anche stati degli errori fatti, che non bisogna negare. Le televisioni locali per esempio, che c'erano e ci sono ancora, erano degli strumenti di comunicazione importanti, ma sono state superate dalle tv nazionali, che portano i valori che sappiamo. Io credo che per una televisione davvero decentrata, almeno a livello di RAI3 ci si poteva muovere meglio. Credo che i direttori locali (non solo dell'ER ovviamente) dovrebbe pretenderlo, per far sì che la televisione sia un soggetto attivo. Non dico che non lo sia, ma potrebbe esserlo molto di più, e non solo in termini giornalisti.

Bologna poi aveva luoghi di aggregazione particolari, che a un certo punto si è visti trasformare, o comunque non vi si è più investito. Per esempio, il centro storico aveva una sua precisa identità. Ora, se dove prima c'era un artigiano, adesso c'è una banca, questo certo non è privo di significato!  Dove c'era una bottega c'è una boutique. O dove c'era un'altra bottega, adesso c'è un garage. Tutto questo non è indolore!  Sono cose che pesano, e si pagano.

Bologna era all'avanguardia su tante cose, scuole, trasporti,… finché è riuscita a coinvolgere nella giunta dei grossi intellettuali, che progettavano. E si facevano progetti  di lunga durata, perché vi era un partito con 40 di storia. Ora, se un politico pensava un progetto di lunga durata, poteva pensare di essere ancora lì per vederlo realizzato, nel tempo. Se non c'è più nessuna sicurezza, e un politico in quanto tale è lasciato solo, se deve brillare solo come una meteora, non metterà più i suoi sforzi in una cosa che non sia pronta in meno di due anni! Lo scopo ultimo sono diventate le elezioni, non la progettualità delle cose. Si è anche smesso di investire sulle persone. Prima un giovane promettente in politica faceva un determinato percorso, dai quartieri agli assessorati. C'era un processo di apprendimento e di identificazione. Tutto questo è saltato, anche a Bologna.

In definitiva, i cambiamenti che la città ha vissuto sono stati notevoli, e non tutti positivi.

Parlare adesso, quindi, dell'identità di Bologna, è ben diverso che parlare dell'identità che aveva 20 o 30 anni fa. Certo, è rimasta nelle persone che ci abitano. Quindi per me è rimasta la stessa, come un grande amore che ti ricordi come era quando lo hai conosciuto, la prima volta. Magari invecchiato.

S.M. Ma come vedi la vita culturale della città, adesso?  Vi sono molti gruppi, specialmente musicali. Lo senti ancora il fermento che noi, più anziani, abbiamo vissuto, o la senti più spenta?

P.R. Ma, devo precisare una cosa se vuoi banale: per me ogni cosa è espressione culturale. Per cui sì, è viva, nella misura in cui c'è gente che respira! Poi, la moda di adesso delle signorine, pantaloni a campana, vita bassa, ombelico fuori, è anche un'espressione culturale, anche se a me non piace!  Questo è un altro problema. Certo è viva culturalmente. Ci sono decine di migliaia di studenti…

S.M. Sì, però le mode sono le stesse ovunque. Vita bassa, ombelico fuori, li trovi ora dappertutto, non sono espressione di una bolognesità! Le cose che dicevamo prima, facevano la differenza. Quella per la quale tu da Mantova o uno da Foggia sceglieva Bologna per vivere e studiare. Adesso, è l'omologazione.

P.R. Sì, è vero… Ma non lo so. Forse ci sono ancora aspetti di Bologna che sono suoi specifici, ma che io non conosco. Per esempio fabbriche occupate e affini, su cui non ho elementi.Secondo me elementi di specificità Bologna ne ha ancora, se non in termini culturali, comunque in termini strettamente ambientali. Una città fatta come Bologna, sarà sempre particolare. Un vicolo stretto, una casa di un certo tipo, ti porta a vivere in un certo modo. Per esempio a girare in bicicletta. A ritrovarsi in certi spazi e locali. Queste caratteristiche, per fortuna, si modificano più lentamente di altre. Anche se per esempio la chiusura di mercatini rionali, l'attrazione data dai grandi centri commerciali di periferia o le multisala cinematografiche di periferia, è molto forte. Per cui anche in questo senso la mutazione è forte.

S.M. Secondo te si potrebbe, e avrebbe senso, recuperare alcune delle cose che si sono perse? 

P.R. Mio padre era geometra, io da piccolo volevo fare l'architetto, e l'esame che più mi ricordo del Dams è guarda caso quello di urbanistica! Per cui, mi viene sempre da dire che i MURI più che le persone determinano un modo di essere. Se mi chiedi cosa recuperare o se recuperare, io ti dico: sì, degli spazi. Gli spazi sono opportunità, sono estetica, sono cultura. Ci credo profondamente. A me hanno offerto tante volte di rifare il Gran Pavese, ma questo no, non trovo che abbia senso. Non si recuperano delle situazioni, ma si possono recuperare degli spazi, fisici.  Non farei mai qualcosa dal sapore nostalgico, no, assolutamente!  Però, cos'era in fondo il Gran Pavese? Era una ricetta, anche piuttosto banale se vuoi, di giustapposizione di storie, facce, personaggi, diverse tra loro. Era proprio LA varietà, più che IL varietà. Noi mettevamo insieme un intellettuale che faceva una miniconferenza, con un boxer che faceva un'esibizione; una ballerina con uno spogliarellista, o un cantante, perché era bello, aveva un sapore antropologico. Certo, quella ricetta può essere ancora valida, ma dovrebbe avere altri contenuti. 

Ci sono invece aspetti preziosissimi che sono rimasti, negli anni, come il volontariato, che a Bologna è senz'altro molto forte. Sono cambiate le agenzie. Io per alcuni anni  ho seguito ad esempio il lavoro della Coop per i soci, insieme ad Arcigola e Slowfood.  SI parte da bisogni primari (la salute, quello che si mangia) legati all'aggregazione (dove lo si mangia?), ad altri bisogni (economici, spendere meno), controllare ciò che si mangia, ecc.. Uno dei discorsi politici più interessanti che ho sentito negli ultimi anni è stato proprio da parte di un presidente di Slowfood, su globalizzazione, economia e politica, intorno al cibo, che era un discorso completo, convincente. Insomma, bisogna inventarsi qualcosa di nuovo. Se tornassimo ad aprire una sala di liscio, ci andrebbero in pochi! E' difficile inventarsi nuovi modelli di aggregazione. L'osteria resiste, ma è un modello vecchio come il cucco! Le latterie non ci sono più, invece erano luoghi stupendi. Vere agenzie di assistenza sociale!

S.M. Purtroppo l'individualismo è arrivato anche nei luoghi pubblici. Ci sono, ma ognuno ci va per conto suo. Ogni gruppo chiuso al suo interno.

P.R. Non ci sono più luoghi in cui incontrarsi. Quei posti in cui, finito di lavorare, tu passi e io anche. E ci si ritrova lì. Ci sono locali molto chiusi, che attirano persone e ne respingono altre. Una volta non era così. Il bar del Circolo Pavese, era il bar di Guerre Stellari! C'erano cinquanta tipi di mostri, di generazioni diverse. C'era la prostituta di 60 anni insieme all'impeccabile manager. Quando io ero studente, potevo incontrare gente di 50, di 70 anni. Oggi, io non riesco più ad incontrare giovani studenti. Siamo tutte tribù separate. Via del Pratello era un covo della gente più diversa, compresi grandi intellettuali. C'erano grandi cacciatori, e la lega animalista! Facevano grandi litigate, e andava benissimo. Quella società era un progetto politico e culturale. Oggi tutto questo non c'è più, e non si riesce più a mettersi d'accordo nemmeno su questioni basilari come la salute, la chiusura o meno del centro storico. Tutto è rigidamente diviso in destra e sinistra, come se non vi fossero altri parametri. Questo è assolutamente pazzesco. I polmoni di uno di destra sono come quelli di uno di sinistra! Certo, ci possono essere soluzioni diverse, ma oggi non si riesce più a costruire un dibattito serio, e questo la dice lunga sull'incattivimento delle relazioni. C'è una borghesia livorosa. Probabilmente quella che  in 50 anni di governo della sinistra ha sofferto molto, e posso anche capirla. Purtroppo, non è venuta fuori una buona dialettica, costruttiva. I rapporti si sono irrigiditi su posizioni anche preconcette. Adesso c'è un po' un'oligarchia decisionale, che evita i conflitti. E' saltata la mediazione di un partito che aveva radici nel territorio, ed è venuto fuori un bel casino! Secondo me le prospettive non sono eccezionali.

Dunque, per tornare alla tua domanda iniziale, su quali siano le caratteristiche peculiari di una identità bolognese, mi vengono in mente più elementi paesaggistici che culturali o sociali!