Silvia Montevecchi

 

 

 

amavo raccontare storie

 

 

1998. Scritti malgasci.

 

 

Io…

Io credo nell’amore

L’amore che smuove dal cuore

che ti esce dalle mani

e che cammina sotto i tuoi piedi

L’amore misterioso anche dei cani

e degli altri fratelli animali

Delle piante che sembra che ti sorridono

anche quando t’inchini per portarle via

L’amore silenzioso dei pesci

... L’amore di chi ci ama e

non ci vuol lasciare
Vedi...
Io credo che è l’amore
è l’amore che ci salverà

 

Lucio Dalla, Henna

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Antananarivo, febbraio 1998

Ed eccomi, ancora una volta, approdata a un’altra sponda. In un nuovo, incantevole mondo. Del resto, la scoperta di un nuovo mondo è sempre un incanto.

La sensazione di meraviglia è quasi costante. E non faccio che chiedere al mio compagno di viaggio di rallentare, tanto sono ipnotizzata dalla vista di ogni collina, ogni pianta, ogni cascata, ogni gruppo di case. E se potessi andrei a piedi. Ma i km. sono tanti.

Sono sbarcata una settimana fa dopo un viaggio memorabile, unicamente dovuto a necessità di risparmio. Per arrivare sino qui sono riuscita a decollare e atterrare quattro volte, con parecchie ore di sosta tra un volo e l’altro. [Precisazione per i curiosi: treno BO-MI domenica mattina; bus per Linate; attesa di tre ore circa, volo per il Cairo; attesa di altre tre ore circa; volo per Nairobi; attesa di nove ore dentro l’aeroporto; volo per Tana con scalo a Moroni, Comores; arrivo alla sera del lunedì, h.18.30 in Italia, 20,30 qui ].

Non amo gli aerei. Ne ho presi decine nella mia vita, e anche se mi meraviglio sempre sui fantastici paesaggi dall’alto, che attraversano nubi, oceani, deserti, non mi ci abituo. Ho fatto voli lunghissimi, eppure quando ballano un po’ più del solito mi dico “ecco, adesso precipitiamo”. Impossibile dormire. E solo quando rimetto i piedi a terra penso “Ok. Sono arrivata anche qui”. Morale: arrivo distrutta. E ho passato TUTTO il martedì a dormire, con sosta pranzo, fino alle sei del pomeriggio. Dopodiché la nuova avventura è cominciata. Sotto la pioggia, dato che è la stagione.

Una nuova avventura, una nuova danza. Così è la vita. Ti solleva in piroette travolgenti e aeree, ti fa sentire leggera come l’abito di una pattinatrice, poi a volte ti ferma, ti fa perdere il ritmo, inciampi e rischi di cadere, o forse cadi, prendi fiato, osservi, e poi la danza ricomincia, in un moto perpetuo, in cui “nulla muore, ma tutto si trasforma”. E ti chiedi cosa succederà, cosa diventerai nel prossimo passaggio. Ed eccomi qua, a sorpresa, tra le coste del Madagascar.

Un “isolotto” nell’Oceano Indiano, grande due volte l’Italia ma con dodici milioni d’abitanti. Il mio senso della claustrofobia qui prende aria.Posso fare km. e km. senza vedere anima viva! Senza inciampare contro nessuno, né case o fabbriche. La natura e nient’altro. Inevitabilmente, dopo avere passato un anno in Burundi, viene da fare confronti, da rapportarsi a ciò che è conosciuto.

Tananarive è una città molto vasta, con più di un milione di abitanti e un inquinamento da far paura. Macchine e camion emanano nubi nere entro cui la gente continua a camminare senza neppure stupirsi o provare fastidio.

Gli ingorghi mi ricordano quelli di certe strade romane negli orari peggiori, in cui anche i pedoni faticano a trovare lo spazio per infilarsi. Le strade sono un saliscendi di colline, aggredite da un ammasso di case alcune con l’architettura tradizionale di qui, bellissima, altre informi e misere.

Se non fosse per questo traffico incredibile, la città sarebbe molto piacevole. Ci sono tante piazze che hanno di recente restaurato e messo a giardini ben coltivati e pieni di fiori. C’è un bel lago, un bellissimo orto botanico/giardino zoologico, Tsimbazaza, in cui si può rimanere anche tutta una giornata senza annoiarsi, e appena fuori dal centro, le risaie si infilano tra le case.

La piazza centrale, vastissima, fino a non molto tempo fa ospitava l’enorme mercato della Zoma (pron. Zumà), che mi dicono fosse molto bello e interessante, ma poiché bloccava ulteriormente la città facendole venire un collasso quotidiano, è stato spostato e diviso in zone più periferiche, mentre la grande piazza è stata interamente restaurata con fondi della Cooperazione Giapponese e certo ora è molto più bella, ordinata, e meno puzzolente.

Ai lati della piazza vi sono grandi marciapiedi e poi (gradevole sorpresa per chi viene da Bologna...) lunghi portici con sotto i negozi. Sul lato in fondo, la vecchia stazione che purtroppo non ha molto lavoro dato che le ferrovie funzionanti sono ben poche, e i trasporti di merci sono assicurati da camion anteguerra, e quelli di persone da autobus anteguerra, con grande gioia per le foreste rimaste.

Sotto uno dei portici vi è il Centro culturale francese Albert Camus che organizza mostre, spettacoli di teatro e di danza, cinema e ha una bella biblioteca multimediale. Chissà perché i francesi in ambito culturale riescono sempre e ovunque a fare cose che gli italiani neanche si sognano. E’ una differenza che noti in qualunque paese. E non basta certo rispondersi che qui siamo all’interno della Francofonia, dato che neppure in Italia vi è qualcosa che somigli vagamente al Centro Pompidou.

Di fatto quello del Centro Camus è l’unico grande schermo, credo di tutto il paese. Mi dicono vi fossero due cinema un tempo a Tanà, poi chiusi e successivamente soppiantati da salette con videonolo.

Nella stessa piazza vi è anche il Centro culturale malgascio, con un piccolo museo archeologico, mentre un altro museo sulle tradizioni malgasce è invece su una collina della città: ospita una mostra permanente sugli strumenti musicali tradizionali (molti purtroppo in via di sparizione) di cui anch’io ho una piccola raccolta. Qui ho scoperto il citar tubolare - conoscevo solo quello indiano - e naturalmente... ne ho già comprato uno. Ha un suono stupendo. Ogni volta che viaggio mi dico che non vorrei tornare a casa carica come un somaro, ma poi alla fine... ci riesco sempre!

Ma il museo più bello è l’unico che non è segnato da nessuna parte. La pista per arrivarci non è esattamente delle più invitanti, ma quando si arriva c’è un simpatico guardiano che ti spalanca le porte, tutto contento di poterti raccontare le gesta degli ultimi re e regine del Madagascar e altri interessanti aspetti sull’antropologia delle diciotto etnie dell’isola. E’ un piccolo museo, ma tenuto con grande cura.

Era da anni che volevo sentire cosa si prova ad essere nel mezzo di una foresta pluviale. Non so che parole usare. E’ una sensazione di pienezza, di totalità, di “grande”. La rigogliosità, l’inebrianza. Tutto è così carico di vita e di forza. Tutto è aggrovigliato su se stesso, impenetrabile, pare.

Nel bungalow costruito nella Foresta di Perinet ho tenuto tutta notte le finestre spalancate sia per il tentativo (inutile) di asciugare l’umidità della stanza, sia (soprattutto) per sentire l’incredibile concerto che non si è fermato un attimo.

Ogni tanto mi svegliavo nella notte e continuavano le urla sovrapposte a decine degli animali invisibili che popolano quell’universo. E nel dormiveglia mi dicevo “che fantastico”, e mi addormentavo con un’allegria incredibile. A parte l’umidità della stanza, mi ci sarei fermata un bel po’.

L’indomani, in neanche due ore di camminata in foresta abbiamo incontrato due serpenti, un camaleonte, e soprattutto ... due meravigliose famiglie di lemuri, di due specie diverse, ciascuna nel proprio territorio.

E’ stato qualcosa di inesprimibile. Mi è solo venuta in mente D.Fossey che perse la testa contemplando i gorilla di montagna. E’ meraviglioso. Poter restare in silenzio, in quell’ambiente così pieno di tutto, a guardare quegli esseri così belli, che si muovono tranquilli, nel loro spazio, in piena libertà. Ed è bello proprio restare semplicemente a contemplare, senza fare nulla, senza intervenire. Ancora una volta, per incantamento.

E quando sono arrivata all’oceano, dopo ore di strada in cui incontri ben poche case e persone, dopo aver preso la barca per attraversare il Canale di Pangalan (lungo più di 1000 km.) mi sono chiesta se quelle persone così semplici, che abitano palafitte di legno, non sono poi molto simili a quelle che Colombo incontrò secoli or sono, sbarcando nel golfo dei Caraibi. E mi sono chiesta come si facesse a definirle selvagge, e come l’Occidente abbia potuto rimanere quattro secoli a masturbarsi il cervello nell’infinito tentativo di definire chi è selvaggio e chi no, chi viene prima e chi dopo, nell’ipotetica scala che porterebbe all’ “essere superiore”, o supremo, quello più vicino a Dio.

Nel mio girovagare, non riesco mai a trovare nulla che potrei definire selvaggio, né tra le persone, né tra i paesaggi. Forse è una caratteristica che non esiste più. Ma anche cinque secoli fa, credo che la differenza fondamentale fosse solo nel presentarsi senza abiti di stoffa, nel parlare una lingua sconosciuta.

Certo sono persone che vivono tutto un altro rapporto con la natura. Girano scalze, si lavano nell’acqua dolce del lago, si nutrono di ciò che pescano, della frutta che raccolgono, del riso, della manioca, degli ortaggi che coltivano. Molto probabilmente i loro bambini non vanno a scuola, o ci vanno qualche ora la settimana, semplicemente perché lì la scuola non c’è. E’ questo che significa essere selvaggi?

 

PICCOLE OSSERVAZIONI QUOTIDIANE

 

- Confronti

Venendo dal Burundi, a fatica mi riabituo all’idea - e alla pratica - di essere “in un paese tranquillo”. La gente è serena, aperta, cordiale. Non c’è il coprifuoco, puoi fare km. e km. senza incontrare un barrage di militari che ti rompono, magari ubriachi. Puoi fare foto dove ti pare, incredibile! Vedi? La normalità non è mai scontata. Che cosa è normale, dipende da dove ti trovi. Non riesco neppure ad abituarmi a questo traffico allucinante. E normalità ’ una continua puzza di gas di scarico, non respiro. Mi chiedo quanti tumori ai polmoni ci siano in questa città, e come siano messi quelli dei bambini, o di quelli che chiedono l’elemosina ai semafori, infilandosi tra le macchine ferme.

Questo inquinamento dipende in gran parte dalla scarsa manutenzione dei mezzi, ma mi dicono anche dal cattivo gasolio malgascio. I continui ingorghi poi sono dovuti sì al numero assurdo di macchine che girano, ma anche al fatto che le strade sono un caos di gente, venditori che si appostano ad ogni angolo, pedoni che camminano e attraversano ovunque perché non ci sono né marciapiedi né strisce pedonali, piccoli pulmini che si fermano in mezzo alla strada per il sali e scendi dei passeggeri,... Le strade poi sono tutte un buco, con conseguenti slalom e ulteriori rallentamenti.

- Visioni retrò

Girando in questo traffico, a volte sembra di essere negli anni ‘50 o ‘60.Le auto più diffuse sono le 2CV e le R4, a migliaia, di cui centinaia sono taxi. Vi sono poi le Ami8, le R12, le Peugeot 404 e tanti altri modelli da noi scomparsi che non vi so nominare data la mia incompetenza in materia, ma che farebbero certo la felicità dei collezionisti d’auto d’epoca.

- Affari e neocolonialismo

Se qualcuno però volesse venire qui a “fare incetta” di vecchie auto, si troverebbe ostacolato dalle leggi malgasce che ne impediscono l’esportazione (chiaro che poi qualcuno che la fa c’è lo stesso!).

Ci sono regole qui che lasciano interdetto chi proviene da paesi liberisti. C’è un problema evidente: uno straniero ricco che volesse venire in Madagascar e fare business potrebbe comprarsi facilmente tutto il paese. Motivo per cui tale “acquisto” viene impedito. Nessuno straniero può - da solo - avere proprietà o attività produttive. Per farlo, deve obbligatoriamente essere in società con un malgascio. Tale socio può essere minoritario se si tratta di servizi; deve essere maggioritario se si tratta di beni immobili.

La terra può quindi essere affittata o presa in concessione se è demaniale, fino a 90 anni, ma non acquistata da uno straniero.

Dunque: se ciò è un ovvio e necessario limite alla neocolonizzazione, è chiaro che limita enormemente anche quegli investimenti che potrebbero essere utili.

- Facce

La popolazione malgascia ha origini parzialmente africane ma in maggior parte proviene dall’estremo oriente (Indocina, Malesia, Oceania). Dunque la connotazione fisica è estremamente variegata e mista. Vi sono tutte le gradazioni di colore della pelle, come in tutti i paesi così melangés, vedi il Brasile. I tratti somatici comunque sono assolutamente lontani (come invece generalmente si pensa) da quelli africani. Ci sono poi anche molti cinesi e indiani, ma l’aspetto più diffuso nella zona degli altopiani centrali è quello tipo filippino, o vietnamita. In effetti, qui la gente mi ricorda tanto le Filippine, e a volte persino i paesaggi si somigliano.

E’ poi sempre fonte di affascinante stupore la somiglianza tra tutti questi con i popoli indios dell’America settentrionale e meridionale, che del resto hanno le stesse lontane origini. Si incontrano certe contadine con la gonna lunga, le trecce lunghe e nere, cappello di paglia, pelle un po’ scura, occhi orientali, che potrebbero essere scambiate facilmente per campesinas del Perù.

Allo stesso tempo però, questi vestitoni larghi e lunghi e questi cappelli a falde larghe che si immergono a piedi nudi in infiniti campi di riso, non possono non ricordarmi anche le mondine del Polesine di cinquant’anni fa. Non erano molto diverse, e non lo era neppure la loro situazione economica.

- Sopravvivenza

A Tananarive, come in tutte le grandi metropoli, le classi ricche e povere sono ben visibili, si intrecciano continuamente. Le case degli uni e degli altri si sovrappongono, tranne in pochi quartieri esclusivamente ricchi. Dovunque c’è un buco libero, trovi una baracca. Senza fogna. Senza niente.

Idem per i mercati, come in genere i mercati dei paesi poveri. Un ammasso di venditori, su più livelli.

Quello regolare, con la licenza, che ha il chiosco di legno o di lamiera, stipato di roba. Quello “più o meno” regolare che ha solo un tavolo di legno, coperto con un tetto di plastica. Di fianco a lui, quello irregolare che appoggia le sue mercanzie su due cassette. Un po’ di verdura, frutta, o qualche prodotto artigianale. Quello dell’ultimo momento, che non sa dove mettersi, che ha solo quattro pomodori, o un sacchetto di cipolle, o un cestino d’uva. E si mette lì, sul marciapiede, di fianco a quello con le cassette, sopra un foglio di giornale, se ce l’ha. E passa la sua giornata. Sperando di vendere quei quattro pomodori.

- Due cuori e un marciapiede

A volte vedi un’intera famiglia accovacciata su un pezzo di straccio, che tenta di vendere quei quattro pomodori, o un sacchetto di cipolle, o un cestino d’uva. Lui, lei, un figlioletto. E si dividono una ciotola di zuppa simile a quella che noi daremmo a un animale. E quando passi subito ti guardano e quasi si prostrano, perché tu possa apprezzare la loro mercanzia.

E’ difficile restare indifferenti. No. Non è vero. Diciamo che è difficile per me. Ad alcuni riesce facilissimo, anzi, non si accorgono neppure. Io, non so. Mi viene mal di stomaco. Mi sento male. Non che questo serva a qualcosa, ovviamente. Ma non riesco a trovare risposte.

Com’è possibile? Perché tutto ciò può accadere? Come può esistere che certe persone facciano vita da animali? Come ci si sente? Che cosa significa amarsi per loro? Cosa pensano, cosa vorrebbero, cosa si aspettano? Riescono ad avere speranza? O si sentono solo ed esclusivamente sconfitti? Finirà mai? Ci sarà un giorno in cui non vedremo più scene simili?

- Il “pousse-pousse”

“Mi è toccato” di prendere anche il risciò. E’ diffusissimo in questo paese. In certe città più che in altre. Ogni volta che penso o vedo un risciò, mi ricordo La città della gioia e la descrizione che ne fa Hasari Pal. Lui, fiero contadino, orgoglioso del proprio lavoro e della propria famiglia, si ritrova a emigrare nella metropoli, a perdere tutto, vittima delle varie violentissime mafie locali, e a trascinare a piedi nudi questo carretto che neanche gli appartiene, ma “gli è concesso” da un padrone vomitevole.

E anche qui, di nuovo, ti appaiono le classi. Questi calessini tirati dagli uomini-bestia, che caricano bei bambini con i loro zainetti, li portano a scuola, li vanno a prendere. E belle ragazze mentre tornano a casa dal lavoro, o dalla scuola superiore, e belle famiglie paffute, pesanti da tirare, che vanno a passeggio.

Appena ti vedono quasi ti aggrediscono. “Pousse-pousse Pousse-pousse. Vieni con me, sono io il primo. Vuoi fare il giro della città? Dove vuoi andare? Vieni qui, costa poco....” Ti fanno venire un po’ i nervi. Ogni volta ti piombano davanti in quattro o cinque insieme.

Lo provo. Mi raccomando che non corra. Non ho nessuna fretta. Non sopporto di vedere che fatica per me. Non gli faccio fare nessuna strada in salita o in discesa. Pianura. Un tranquillo giro per Antsirabe. Anche per lui è poco più che una passeggiata, rispetto alla norma.

E’ piacevole? Beh sì, ci si potrebbe addormentare. E’ come essere cullati. Preferisco comunque la bicicletta. Certo, se vado in bici, io non avrò sensi di colpa, ma lui non guadagna un soldo.

Fine della corsa. Non discuto il prezzo. Mi ringrazia contento. Per lui, è stata una giornata fortunata.

- Le piogge

Accidenti! La stagione ha tardato ad arrivare ma adesso... è un’inondazione continua. Ovunque cammini è tutto uno “sgnac sgnac”. E in certe risaie ormai il riso è perso, e ci potresti andare in barca. Mi comincia a far male da tutte le parti, peggio che in Padania!

- Paesaggi

Mi hanno sempre detto che il Madagascar è un paese stupendo, ma sto scoprendo che lo è ancora di più di quanto potessi immaginare.

Una cosa che colpisce, fra tante altre, è la sua incredibile e inaspettata varietà. Puoi fare km. e km. in una foresta che può ricordarti il Borneo, e poi ritrovarti in una distesa infinita di palme, che ti piacerebbe conoscere perché ve ne sono di specie diversissime, mai viste. E poi attraversi decine di km. di campi di riso a terrazze, che ti riportano all’oriente, disseminati da stupende fattorie di un’architettura assolutamente inaspettata. E all’improvviso ti ritrovi tra impervie montagne, senza abitazioni, apparentemente senza essere umano, a tratti più simili ad ambienti europei; poi attraversi distese boschive che sembrano il Canada, e poi i boschi diventano savana, e tu potresti immaginarti di veder sbucare da qualche parte una mandria di zebre o un gruppo di elefanti, o ancora, un pastore masai.

E poi d’un tratto le distese diventano aride, steppose, e tu allora hai l’impressione di trovarti in un paesaggio siberiano, o mongolo, e ti aspetteresti di vedere a un certo punto una tenda rotonda, con quei cavallerizzi dagli abiti colorati; e poi arrivi nella zona delle montagne rocciose, in un paesaggio di canyons dove davvero pensi che potrebbero sbucare gli indiani.

No, non sto fantasticando: è proprio così! E comunque mi dicono che ho visto solo una piccolissima parte del paese, e che anche tutto il resto è così.

Certo, questo paese è enorme, e ci vorrebbe tanto tempo per conoscerlo. Specie se si considera che le strade asfaltate sono poi ben poche, quindi in tutte le altre direzioni si va con giorni di pista. E devi essere MOLTO disponibile agli imprevisti.

Siamo stati verso sud. Tutto bene. Ma al ritorno, d’un tratto, ci siamo trovati la strada che scompariva nell’acqua ed il ponte sul fiume visibile solo a metà. Sembrava che fosse crollato, nel qual caso... non so ... Non vi erano altre strade per tornare a Tanà! Per fortuna non era crollato, sembrava, perché l’acqua aveva abbondantemente coperto la strada. E’ il periodo dei cicloni, e nell’interno ne arrivano le code. Affondando un po’, siamo passati.

- Tuttifrutti

Una delle (tante) cose fantastiche di questo paese, è che puoi trovare sia i frutti tropicali sia quelli europei, contemporaneamente. L’uva e i cachi di fianco alle ananas e alle banane. Le mele, le pesche, l’uva, le prugne. E’ stata una gran bella sorpresa, specie perché l’anno scorso a primavera ero in Burundi, così ho saltato una stagione di pesche, e mi sono mancate proprio tanto. E’ stato un sogno ritrovarle qui!

- Miseria. Miserie.

Ci sono sempre due bambini, sempre gli stessi, sempre nello stesso punto. Passano le loro giornate in mezzo alle macchine dello stesso semaforo. Proprio in mezzo, tra le due corsie, come due sardine. Se c’è il sole, se piove. Uno più grande, l’altro più piccolo, con i capelli biondi e la pelle scura. A volte uno in braccio all’altro.

E una bambina mi bussa contro il vetro, a un incrocio. “Non ho spiccioli”. Mi chiede il pezzo di pane che vede sul cruscotto. Rimasto, perché bruciato.

E un’altra bambina più piccola, che mi dice “bouteille vide”, indicando la bottiglia di plastica dell’acqua che abbiamo bevuto, che vede buttata sotto il sedile.

Sto imparando a non buttare via niente. A casa faccio la raccolta differenziata per mettere le cose nelle diverse “campane”. Qui differenzio non ciò che è riciclabile, ma ciò che è riutilizzabile. Le bottiglie appunto, i barattoli, tutto ciò che è di plastica, ma anche i giornali, che possono servire a fare un fuoco e a scaldare. Tutto viene messo in sacchetti separati, e questi depositati vicino agli immondezzai, dove qualcuno li recupera velocemente.

E poi ci sono quelli che dormono sotto queste gallerie puzzolenti.

E poi ci sono quelli che nelle gallerie non hanno trovato posto. Allora vivono sui marciapiedi, e la notte vedi dei pezzi di plastica puntellati contro le pareti di certi edifici, delle dimensioni di una canadese monoposto, in cui sotto individui un cartoccio che ti auguri sia almeno una specie di coperta, che racchiude un essere umano. Queste sono le città dei paesi poveri.

- Lo sviluppo e il kitsch

Sembra che i meccanismi psicologici/comportamentali si assomiglino ovunque, nei processi di crescita economica di paesi anche molto diversi. In quelli che ho potuto conoscere, ho trovato filoni comuni, molto simili ai nostri anni 50 e 60.

Innanzitutto, quando in un paese povero qualcuno si arricchisce, la cosa principale è di darlo a vedere. Ed ecco che a fianco delle baracche e della gente che dorme per strada emergono BMW fiammanti, Mercedes ultimo modello, ecc.... che davvero ti chiedi cosa se ne fa uno in un paese in cui vi sono poche centinaia di km. di strada asfaltata.

Poi bisogna modernizzare, via la tradizione. Ed ecco che i bei tetti di paglia delle case tradizionali, di un’architettura stupenda quale quella malgascia, vengono sostituiti con bei pezzi di lamiera, che costa notevolmente di più dei coppi, ma l’importante è proprio far vedere che hai i soldi per comprarla, non che sia più bella.

Immagino poi che tra venti o trent’anni, o forse prima, anche qui - come è avvenuto da noi - si avrà il processo inverso, il recupero della tradizione, la ricerca delle radici. E allora le case antiche saranno ricercate dagli amatori che le restaureranno e i loro prezzi andranno alle stelle.

Incredibile poi il gusto per gli interni, che già avevo trovato in Mauritius: quei mobili dozzinali, fatti in serie, orribili, kitsch, pieni di soprammobili senza storia, finte ceramiche con colori orrendi, quadri con immagini semoventi, fontane colorate, ecc... Insomma, pare quasi che ogni processo di “crescita” debba passare attraverso il cagnolino che vedi muovere la testa dal vetro posteriore della macchina.

- Della schiavitù

Mostrare che ti sei arricchito - che sei tra quelli giusti che ce l’hanno fatta - Conseguente società dell’apparire - Avere prima che essere - Fase successiva: accorgersi che avere non è tutto - messa in discussione dell’apparenza e della società dell’immagine - Cambiamento delle abitudini - Ricerca di valori diversi

Questi sono stati più o meno i passaggi da noi, in Italia, in circa quarant’anni. Un tempo era importante la seconda casa, il gioiello. Adesso la gente preferisce risparmiare comprando nei supermercati e spendere il resto per lo sport, i viaggi, gli interessi personali. Si spende di più per fare che per possedere.

Sarei curiosa di vedere se questo processo si ripeterà nei paesi che si sono sviluppati o si sviluppano in questi anni. Una delle grandi differenze di fondo però - oltre naturalmente a quelle culturali e religiose - è che in questi paesi le classi sociali sono così enormemente piazzate una davanti all’altra! Il commerciante arricchito davanti al contadino miserabile. La padrona del bar che non tocca un bicchiere anche se i clienti fanno la coda, perché lei è solo l’addetta alla riscossione. Per servire, c’è il servo. A volte, si respira ancora aria di schiavitù. E sono in molti a sostenere che se fosse legale, esisterebbe ancora. Penso che in forma non dichiarata, ci sia effettivamente.

Da noi il titolaredi un negozio o di un’impresa è generalmente quello che sgobba di più e non si tira certo indietro se c’è bisogno di portare un pacco o dare una pulita in terra. In generale, nei paesi più poveri, è palpabile (e spesso vomitevole) questo schiavismo per cui il padrone non tocca nulla, tranne i soldi. E i dipendenti naturalmente sono sottopagati, senza nessuna tutela “sindacale” (parola spesso sconosciuta).

E’ incredibile quanto razzismo si trovi in paesi con etnie diverse. Bisogna venirci per rendersene conto. In ogni paese c’è un gruppo dominante che gestisce l’economia, e tutti gli altri sono i sudditi, i plebei. In Burundi questo conflitto era dichiarato, violento. In altri paesi non è arrivato allo scontro fisico (...per ora), ma c’è.

Per me è sempre più difficile da capire. Forse perché non voglio. Mi chiedo perché ovunque vado trovo gruppi sociali che si odiano, che si considerano reciprocamente inferiori o inetti, che si parlano ma certo mai si sposerebbero tra loro, e si evitano il più possibile. Mi viene da pensare se non è proprio del genere umano provare quest’odio per il diverso. Ogni gruppo si sente sempre l’unico, il migliore. Una volta sono gli arabi, o gli indiani, o i cinesi, e poi c’è la scala gerarchica tra le etnie interne. Qui poi ci sono anche le caste. Insomma, un tribunale senza fine. E se appartieni all’ultima casta dell’ultima etnia? Beh, meglio che ti rilassi: non hai vie di scampo.

 

 

La masseuse

 

 

Ha l’aspetto fiero, elegante, intelligente. La pelle scura, gli occhi vivaci e penetranti, madame Marceline ride mentre pensa a quanti corpi le sue mani hanno massaggiato in tutti questi anni. Ha avuto clienti di tutti i paesi, e racconta della fatica che fa con certe americane grasse, che ognuna conta per due. E loro con tutto quel grasso non sentono niente, e a lei tocca massaggiare usando anche le braccia e i gomiti, e alla fine è talmente distrutta che ci vorrebbe qualcun altro a massaggiare lei.

Ha mani grandi, calme, che toccano quasi con affetto, come se anch’esse provassero piacere nel massaggiare. E il corpo manipolato lo vedi poco a poco andare in una specie di delirio, in liquefazione, nel godimento.

Madame Marceline ti toglie le tensioni, ti scioglie i nodi, ti trova i nervi doloranti e li manipola con l’arte shiatzu.

Ma ama raccontare madame Marceline, mentre manipola, e ti racconta mille aneddoti e storie curiose. Come quella francese che venne qui tanti anni fa, per lavoro, ma aveva lasciato i figli alla madre, in Francia. E un giorno, mentre si faceva massaggiare, le chiese se era vero che i malgasci mangiano i bambini. E madame Marceline era insieme sconvolta e divertita. “Ma chi vi ha raccontato questo?! Ma non si vede quanto le madri malgasce amano i bambini?! Non vede che qui anche gli uomini, i padri, si prendono cura dei propri bambini, li tengono in braccio, ci parlano, li portano a fare passeggiate... No cara signora, proprio nessuno qui ha l’usanza di mangiare i bambini!!”

Ma non contenta, la francese un’altra volta aveva detto “Madame Marceline, ho sentito dire che i malgasci mangiano la carne dei morti!”

E lei era nuovamente inorridita. “Ma chi vi mette in testa tutte queste idee !? I malgasci non mangiano la carne dei morti!!! C’è un’usanza, che è diffusa soprattutto tra la gente del sud, e tra i più ricchi: quando muore qualcuno, un parente, e si fa il funerale, si uccide uno zebù e lo si mangia tutti assieme. Più uno è ricco più zebù vengono uccisi. Si può andare avanti anche per una settimana o un mese, ma la regola è che la carne dello zebù ucciso deve essere consumata subito, sul posto, non si può portarla a casa. In genere comunque questo non è un problema, perché c’è sempre tanta gente che, appena lo impara, viene a fare baldoria e a mangiare. La carne dell’animale ucciso in quelle occasioni è detta la carne dei morti, ma non è quella del morto!”

Ride, la masseuse, e dice che la francese è rimasta qui tanti anni, e che l’anno dopo portò dalla Francia anche i propri figli!

Suda madame Marceline, i goccioloni le segnano la pelle scura, e lei si passa sulle mani l’unguento che odora del bosco e delle mille essenze che il Madagascar esporta nel mondo alle case di cosmesi e farmaceutica. Rimane nella stanza un meraviglioso odore di natura.

L’aria serena e calma, continua a raccontare. Le piace, con i clienti stranieri, parlare del proprio paese, di queste usanze per noi così strane e poco comprensibili. La riesumazione dei morti, le danze con cui si va in trance, in occasioni particolari, come i matrimoni o le feste per la circoncisione dei giovani. “Ah, io sono cattolica, e a me certe cose fanno paura. Quando ho visto per la prima volta delle persone andare in trance, è stato per il mio matrimonio. Avevo sedici anni. Allora sono andata a nascondermi, ho preso il mio crocifisso e l’ho tenuto stretto tra le mani. Dio che paura che avevo!

Certo, a quell’epoca, ero proprio una piccola gamine. Non sapevo niente. E sul matrimonio poi... non ti dicono mica nulla! Nessuno. Le madri, le nonne, niente! Perché temono che se dicono cosa si deve fare, poi una scappa o preferisce andare in un convento!

Eh, quando mi sono sposata io non era mica come adesso. Qui in Madagascar, i giovani non possono mica scegliere con chi sposarsi, sono i genitori e i nonni che decidono. Nel mio caso, furono mia nonna e la nonna di mio marito, che si conoscevano. Un giorno mi dissero che mi sarei sposata con lui, e io mica sapevo cosa volesse dire. Comunque, che mi piacesse o no, non potevo rifiutarmi. Lui aveva dieci anni più di me, ed era un tipo gentile, comprensivo, che conosceva la vita e sapeva che io invece non conoscevo niente. Facevo già la scuola da infermiera sì, ma mica ti dicono certe cose! E poi, studiarle è una cosa, ma metterle in pratica... è tutta un’altra!

Il giorno stesso del matrimonio, fu parlando con la sorella di mio marito che si rese conto che io non sapevo nulla. Così mi delucidò e da allora rimase sempre per me più che una sorella. Quando è morta, è stato uno dei più grandi dolori della mia vita. Ad ogni modo, dopo che mi ebbe informata su cosa fanno due persone sposate, io ero sconvolta, traumatizzata. E quella sera stessa avrei dovuto passarla con mio marito! Le chiesi se si sentiva male e lei mi disse ridendo ‘un po’, ma poi passa!’ Mi rovinai la festa. Rimasi ammutolita per tutto il giorno. Mio marito aveva capito. I festeggiamenti andarono avanti tutto il giorno e tutta la notte, e io a un certo punto me ne andai a dormire, mentre lui rimase con gli amici a festeggiare.

L’indomani, mia suocera venne a rifare il letto, e lì... successe il pandemonio. Eravamo sull’orlo dello scandalo perché lei... non aveva trovato traccia di sangue! Cominciò a parlarne con suo marito, poi con mia cognata e lei con mio marito, e questi finalmente chiarì la cosa, dicendo più o meno a tutti quanti di farsi i fatti loro.

Quella notte poi la passammo insieme, ma lui fu molto gentile. Ah, se fosse stato brutale, no! Non avrei potuto accettarlo!”

Il racconto di madame Marceline prosegue con la precisazione dei particolari per i preparativi. “In Madagascar, prima del matrimonio è usanza che la giovane sia completamente depilata. Da noi si dice che gli uomini non amino i peli del pube, quindi si tolgono anche quelli, tutti! Dio che dolore! Che trauma! Per togliere i peli, si usava la resina, oppure una cera fatta con zucchero e limone, e si strappavano con le dita uno a uno. Oppure si usava la corda di sisal per passarla sopra la cera e tirando i peli venivano via. Che dolore!”

Eh sì, anche il racconto è abbastanza traumatico. Chiedo a madame Marceline di capire quanto queste usanze siano attive ancora oggi, quali siano diminuite, quali siano scomparse.

“Oh, sono tutte cose che si fanno ancora, dipende dalle zone. Certo, tra i giovani di città è diverso. Io non ho certo potuto dire ai miei figli con chi sposarsi! Ma non tutti sono così, specie nelle province e nelle zone più lontane. C’è ancora un assoluto rispetto per gli anziani. Si fa la riesumazione dei corpi e anche la circoncisione. Tutti i maschi del Madagascar sono circoncisi, ma oggi ci sono medici specializzati per fare l’intervento, non è più come un tempo, quando c’erano più rischi di malattia. Ci sono ancora tanti matrimoni poligamici e donne giovani che vengono date a uomini vecchi”.

Le chiedo se suo marito non avesse voluto altre mogli.

“Mia madre, e anche mia suocera, erano in famiglie poligamiche. Stavano bene. Un tempo l’uomo voleva tanti figli, e ne faceva tanti con ciascuna delle mogli. In casa di mia nonna erano in tre mogli, e non c’erano problemi. Lui passava una settimana con ciascuna. La cosa importante, quando un uomo ha più mogli, è che quando è con te è completamente con te. Non c’è modo di essere gelose. E comunque lui sa che la più importante è la prima. In genere, vivono come buone amiche.

Io avevo avuto cinque figli, e mi ero fermata. Qui cinque figli non erano considerati un gran numero, e un giorno mia suocera mi disse “Ma perché non ne fai altri? Ti sei già stancata? Bisogna fare altri figli!” Io le dissi che per me cinque figli bastavano e che se mio marito voleva farne altri era libero di trovarsi un’altra moglie. Lei gliene parlò, ma lui non si trovò un’altra moglie, e non mi chiese di fare altri figli”.

Marceline, lei è stata fortuna con suo marito, è un tipo aperto, non è violento.

“Sì è vero, sono stata fortunata. Sono legata a mio marito e lo rispetto. Ma è diverso quando ci si è sposati con un matrimonio combinato. A volte discutiamo e lui mi dice “Marceline, tu non mi ami”. No. Non mi è possibile amarlo. Lo sa, non gliel’ho mai nascosto. Gli voglio bene, è il padre dei miei figli, gli porto rispetto, è sempre stato un buon marito. Ma certo, non è amore”.

Mi parla un po’ dei suoi figli? Madame Marceline si mette a ridere “Ah, i miei figli... Sapete, qui si usa dare ai figli i nomi dei nonni o di altri antenati, o di comporli. E’ per quello che in Madagascar abbiamo dei nomi così lunghi. Il cognome di mio genero ... (e ride) è composto di ventidue sillabe! Capisce? Ventidue sillabe! No, non è proprio possibile ricordarselo! Secondo me non se lo ricorda neanche lui. Io ai miei figli ho dato tutti nomi diversi, corti, prendendoli dal mio e da quello di mio marito. Corti! ” , e ride.

Le mani di madame Marceline hanno finito di massaggiare. Si asciuga il sudore e va a lavarsi, mentre il corpo del cliente si alza faticosamente dal meraviglioso torpore e va a cercare i soldi. Meritati, decisamente. Ha fatto bene a lasciare il lavoro di infermiera. “Una volta, ero incinta quando capitò un’ustione di terzo grado, e a vederla mi sentii male. Il medico si arrabbiò e mi chiese perché avessi scelto quel mestiere”.

Il cliente ringrazia e la donna scura, alta, elegante, esce di casa.

Ha già altri clienti che aspettano. E altri stranieri da massaggiare e a cui raccontare il Madagascar.

 

Nancy, che corre sempre

 

“Io sono sempre stata così sai. Non è che il mio impegno per i poveri o per i problemi sociali sia cominciato qui. No!

Anche quando ero in Colombia, e facevo ancora l’università, mi impegnavo e lavoravo - come volontaria - per i quartieri più poveri. Poi, ... poi ho cominciato a seguire mio marito, in giro per il mondo. E non sono certo come quelle mogli che si accontentano di vivere nel loro ghetto dorato, passando il tempo a fare sport, giocare a tennis, o fare visita alle amiche. Oh, j’ai horrore de ça!

Colombiana, sposata a un medico francese. Hanno vissuto in Guyana francese, negli Stati Uniti, in Tunisia, in Senegal. Da quattro anni sono qui, e vorrebbero restare ancora.

Nancy segue il marito inventandosi ovunque delle cose da fare. In California si occupava, con un’associazione, di sostenere i bambini figli di immigrati di lingua spagnola, aiutarli nel loro inserimento a scuola, fare in modo che frequentassero e che imparassero l’inglese.

Le sue giornate sono stracolme di impegni, come quelle di un manager. E in effetti, lo è. Non fa differenza se sia pagata o volontaria, pagata poco o di più. Il ritmo è vorticoso, carico di impegni organizzativi e di pubbliche relazioni. Incontri con ministri e funzionari, con giornalisti e operatori. Il tutto incastrato con la “gestione” di due figli adolescenti e delle loro esigenze.

Mi racconta quello che fa qui, in Madagascar, e mentre parla è piena di carica e di entusiasmo. Insieme ad altre persone, ha avviato la sede per l’Oceano Indiano dell’organizzazione - nata in Senegal - Enda Tiers Monde, che conosco bene, da Dakar. Enda è nata per iniziativa di un francese, e nel giro di vent’anni si è diffusa enormemente in Africa e poi in tutto il mondo, operando in ambiti di sviluppo molto diversi: dall’editoria allo smaltimento dei rifiuti, dalla tutela dell’ambiente al sostegno ai gruppi marginali urbani e alle associazioni di contadini.

Anche qui in Madà, si è organizzata operando su più fronti, precisamente: un progetto di tutela ambientale, un progetto per i giovani (18-25 anni) a Tana, e un progetto infanzia (bambini da 8 a 17 anni) diffuso in tutto il paese. Ciascuno dei tre ha un capo progetto e circa 4-5 persone che vi operano a livello volontario, professionale o di servizio civile.

“Per quanto riguarda il primo programma - mi racconta Nancy - il lavoro più grosso svolto in quest’ultimo anno e mezzo, è stato la creazione di un coordinamento Oceano Indiano e di una banca dati per la messa in comune delle risorse. Questo coordinamento comprende anche gli stati di Comores, Seichelles e Mauritius, e la sede della banca dati, cui ci si può collegare via Internet, è a Mauritius. Per ora non partecipa l’arcipelago della Réunion, ed è assurdo se si pensa che gran parte del finanziamento è venuto dalla Cooperazione francese!”

Mi mostra un catalogo molto ben fatto, pieno di indirizzi in cui è possibile sapere chi-fa-cosa per l’ambiente in questi paesi: istituti di ricerca, singoli operatori, organizzazioni di tutela e relativi progetti, zone di riserva, enti finanziatori, ecc... Sono più interessata alle attività dei programmi per i giovani e per l’infanzia, e le pongo subito altre domande, ma immagino che qualcuno invece vorrà saperne di più su questo primo ambito. Enda Dakar ha un sito web: www.enda.sn

“Il progetto per i giovani e quello per i bambini - racconta Nancy - hanno visto innanzitutto una bella attività di formazione sostenuta dal formatore di Enda Dakar, Alassane Faye, dell’Equipe Jeunesse Action, che è venuto qui in due tempi diversi. La formazione ha coinvolto quasi tutti gli animatori di strada che operano in Madagascar, per associazioni diverse e con diverse strategie. Anche questa è stata un’importante operazione di coordinamento e in effetti vi è una buona collaborazione in città tra le diverse organizzazioni che operano nel settore (sia le Ong come l’Unicef). E’ stato importante avere una base comune, una formazione con cui parlare la stessa lingua.

Enda porta avanti da anni la strategia “R.A.P”: ricerca azione partecipativa, che ha dato ottimi risultati in tutto il mondo[1]. Un approccio democratico, che parte dal coinvolgimento diretto dei ragazzi per la definizione dei loro obiettivi e dei modi e tempi per raggiungerli.

Parallelamente, sono cominciate le attività con i giovani. In particolare è stato importante l’intervento di un animatore, un giovane malgascio, di un quartiere povero. Lui ha cominciato (ancora prima dell’arrivo di Enda) un’attività totalmente personale e volontaria con i giovani del suo quartiere per tentare di aggregarli, dapprima con attività sportive e ludiche. Erano giovani che, come in tanti quartieri delle metropoli dei paesi del sud, raspavano tra i rifiuti per trovare materiali riciclabili, da riutilizzare o da vendere. Allora lui ha cercato di organizzarli e a quel punto è avvenuto l’incontro con Enda. Si è cercato insieme un modo per “professionalizzare” questa loro triste attività tra gli immondezzai, e abbiamo organizzato un corso, con l’aiuto di due esperti, per la fabbricazione del compost. Il corso dura un anno e sono una ventina i ragazzi che partecipano, e già stanno pensando a come procurarsi un pezzo di terra per avviare alla fine del corso una microimpresa. Ci sono già delle richieste di istituti e società che acquisteranno il compost appena i ragazzi avranno terminato la formazione.

Ma la cosa bella, oltre a questa, che è quella su cui Enda maggiormente interviene, è il sostegno all’autorganizzazione. I giovani imparano poco a poco a definire i proprio bisogni e le strategie di intervento, ovvero gli obiettivi, le priorità, le modalità per raggiungerli. Per esempio, hanno organizzato delle feste di quartiere per autofinanziarsi, per pagarsi gli strumenti di cui hanno bisogno. Ciò che ENDA ha fornito, infatti, è solo in prestito, non è regalato. Dovranno renderlo o acquistarlo.

Aldilà del corso di formazione comunque, per il quale riceveranno un diploma finale, loro continuano poi autonomamente, come vogliono, la ricerca tra i rifiuti come facevano prima, che qualche entrata la produce sempre. Ciò che è importante, è lavorare con loro per abituarli a immaginare qualcosa di diverso, un cambiamento possibile, che loro stessi possono costruire e con il quale possono anche cambiare il loro stesso quartiere. Per esempio, ora chiedono di imparare il francese, perché si sono resi conto che ne avranno bisogno per lavorare. Ora stiamo vedendo di organizzare un corso, c’è un’insegnante che si offerta gratuitamente e stiamo cercando i locali. ...Non è che tu sei disponibile per insegnare l’italiano?”.

E’ così madame Nancy: un folletto sempre in movimento, che appena ti vede non esita a farti presente che anche tu puoi renderti utile. E così mette insieme un piccolo ma dinamico esercito di formiche. E si sa quanto le formiche siano in grado di costruire, pur con poco. E nel caso di Enda O.I., non vi sono a disposizione i grandi fondi di Ong più vecchie e avviate.

“Adesso -continua- stiamo progettando di realizzare due film di quindici minuti ciascuno per far conoscere all’opinione pubblica la realtà dei giovani lavoratori, ragazzi e ragazze. E’ molto importante questo lavoro di sensibilizzazione, poiché vi sono tanti preconcetti in merito, con conseguenti atteggiamenti emarginanti”.

Con questo, arriviamo al progetto per l’infanzia.

“La seconda volta in cui è venuto Alassane, abbiamo tenuto un’importante conferenza stampa, alla presenza dei bambini e del vicesindaco di Tanà. La presenza dei giornalisti è stata molto importante. I bambini hanno fatto capire, tra le altre cose, che non vogliono essere chiamati bambini di strada, e hanno proposto un nuovo termine, che la stampa ha accettato ed è ora entrato nell’uso comune. Si tratta di boaykely che è un composto tra boy inglese e kely malgascio, che significa piccolo, ragazzetto.

Il lavoro degli animatori si svolge interamente per strada. E’ soprattutto un lavoro di ascolto delle necessità, cui fa seguito, sempre con il metodo RAP, la ricerca delle soluzioni e la definizione delle strategie. Quindi si interviene cercando di aiutare i bambini secondo le loro richieste: l’integrazione a scuola, la partecipazione a una formazione professionale, la ricerca di un posto letto... Noi diamo molta importanza ad un aspetto: far conoscere ai bambini i loro diritti, fare in modo che ne siano consapevoli e che li facciano valere e rispettare. Stiamo anche elaborando una proposta pedagogica completa, di durata annuale, per arrivare ad un corso per animatori di strada riconosciuto dal governo. E’ un campo in cui lavorano in tanti, ma con metodi molto diversi, e che bisogna professionalizzare”.

Il progetto infanzia, oltre a questo aspetto urbano per i bambini in situazione difficile, ha anche un aspetto relativo all’educazione formale esteso a tutto il paese. Vale la pena di menzionarlo poiché ha sortito effetti interessanti.

Enda ha elaborato un libretto di racconti tradizionali malgasci sui temi dell’educazione ambientale e alla salute. Il libretto era poi da diffondere nelle scuole del paese ma hanno pensato che se lo avessero semplicemente inviato alle scuole, sarebbe rimasto inutilizzato come tante cose che vengono spedite senza nessun altro stimolo e indicazione. Così, hanno messo in piedi una “troupe” di due persone che va in giro per le scuole malgasce a realizzare spettacoli di burattini. Ma i due animatori non vanno semplicemente a fare gli spettacoli, bensì si fermano con i bambini e i maestri per dei laboratori di costruzione dei burattini stessi, a partire da materiali naturali e di recupero.

La mia chiacchierata con Nancy è giunta al termine. Ho dovuto prendere parecchi appunti per seguire il suo fiume entusiasta di descrizioni.

“Nancy - le domando - tu sei laureata in medicina, ...ma non eserciti molto la tua professione!”

“Già! Seguendo mio marito, dovrei ogni volta avviare uno studio privato in un paese diverso, e non è molto semplice. A volte ho fatto volontariato in qualche dispensario, ma mi piace inserirmi in contesti sociali più globali. E soprattutto, mi piace impegnarmi con la gente del paese: questa, è la mia motivazione fondamentale”.

Ok, super-Nancy: se mi fermo in Madà qualche tempo, mi divertirò anch’io a dare lezioni di italiano ai tuoi boaykely. Non mi dispiacerebbe affatto stare qui un po’ più a lungo! Intanto... colgo il tuo invito a cena, in questa casa con uno splendido giardino e i vostri mobili da tutto il mondo. Certo, non avrei mai immaginato di trovarmi in Madagascar a deglutire cibi italiani cucinati da una colombiana e un francese. Tutto ottimo, complimenti!

 

Pasqualina dei più poveri

 

Ha lasciato tanti anni fa la tranquilla provincia di Chieti, e si è fatta suora. E’ andata a Verona, tra le Orsoline. A quell’epoca le Orsoline non avevano ancora missioni sparse per il mondo, erano solo nella madrepatria. Un giorno, c’è stato da partire. “Mi chiesero se volevo essere parte del gruppo di pioniere che venivano ad aprire qui, in Madagascar. Io avevo mia madre molto anziana, che stava male, e dissi di no. Poi però, dopo poco tempo, pensai alle mie sorelle che erano in giro per il mondo, una in Canada e una in Australia. E io? -mi sono detta- Io per il Signore non ho il coraggio di andarmene, di fare un salto così? Tornai dalla mia superiora, e accettai. Eravamo in cinque, e io non ero più molto giovane. Avevo quarantacinque anni. Ne sono passati trentasette!”

E’ contenta suor Pasqualina della scelta che ha fatto? “Oh sì, molto contenta! Questa è la mia casa, la mia terra, la mia gente”.

E si vede. Si vede che gli occhi di suor Pasqualina non si sono abituati, che il suo cuore non si è inaridito, come capita a molti, anche missionari, dopo anni che vedono le stesse cose.

Si vede che lei è rimasta bambina, e dei bambini ha l’entusiasmo e l’allegria, anche se le amarezze non sono mancate e non mancano.

Sono le otto di mattina quando arrivo alla parrocchia di Cristo Re, e l’anziana donna nel suo lungo abito grigio è già arrivata da mezz’ora. Come ogni mattina, le attività del suo centro sociale a sostegno dei poveri del quartiere sono già cominciate.

Ci sono settecento bambini che seguono la scuola elementare, gratuitamente. Non ci sono abbastanza scuole per tutti in Madagascar. Loro, le Orsoline, pagano gli stipendi ai dieci maestri. Vi sono poi milleduecento giovani che frequentano le superiori, pagando un’esigua retta trimestrale.

E poi vi sono cinquantaquattro giovani donne, madri sole, ragazze senza lavoro, che vengono qui ogni giorno e fanno lavori manuali diversi, da cui traggono un piccolo reddito. “Ci sono famiglie che ci chiedono le tovaglie con i ricami tipici di qui, e c’è una società privata che ci ordina delle tovagliette americane in rafia, e le ragazze le lavorano in gruppi. Alcune inquadrano la rafia, altre cuciono, fanno gli orli, ricamano. E’ un lavoro lungo. La società paga questo lavoro 1000 Fmg a tovaglietta, poco più di 300 lire. Ma è sempre meglio che stare in mezzo alla strada a far nulla, a vivere la propria miseria, e sentir perdere la propria dignità.

Anche se poco, le aiutiamo a mangiare un po’. C’è tanta gente qui che muore di fame! E’ sempre così con i poveri. Se hanno la terra, non hanno le sementi. Ma tanti non hanno più neppure la terra, o l’hanno lasciata per trovare qualcosa di meglio qui in città.

Dai un po’ di riso, non hanno l’olio. Se hanno l’olio, non hanno i fiammiferi, o il carbone...”

Oltre alla scuola elementare e superiore, queste suore hanno qui anche una scuola “speciale” che accoglie duecentoventi bambini. Sono corsi di recupero, per bambini che hanno già compiuto i nove anni e che non sono mai stati a scuola. Qui li accolgono e li seguono per portarli almeno al compimento del ciclo elementare.

Suor Pasqualina mi racconta che sono tante le persone, le famiglie, che giornalmente vengono qui per chiedere aiuto. Ma cosa si può fare, chiedo, non si può mica avere qualcosa per tutti? E voi da dove li prendete gli aiuti?

“Abbiamo delle giornate fisse, in cui accogliamo i più poveri e cerchiamo di offrire loro un sostentamento, per quanto minimo. Al giovedì abbiamo tra milletrecento/ millequattrocento persone che vengono qui e ricevono un pasto caldo. Al lunedì invece, ci sono circa trecentocinquanta vecchi ai quali diamo olio, riso e latte per una settimana. Tutti i giorni poi quattrocento bambini mangiano qui, mentre tutte le mattine abbiamo sessanta piccoli denutriti che vengono qui con le loro madri, e che curiamo”.

Parla con amarezza suor Pasqualina, con tristezza. E’ qui da tanti anni, eppure le cose anziché migliorare, sono peggiorate.

“Non era così quarant’anni fa. A quell’epoca, qui c’erano ancora i francesi e il paese andava meglio, camminava. I francesi davano tanto lavoro a molta gente. Certo, lo facevano per i loro interessi, mica li preoccupava lo sviluppo del paese. E non hanno creato nulla di duraturo, che potesse continuare dopo di loro. E quando loro se ne sono andati, è stato il crollo. Poi è venuta la dittatura... Che disastro! Che furto a questi poveretti. Quarant’anni fa non c’era questa miseria. E poi, soprattutto, c’era quella che si chiama fiavànana: l’unione delle famiglie, la solidarietà. Tutto era spartito, condiviso tra i membri di una famiglia. Oggi non è più così, non ne hanno più la possibilità, e c’è una grande disgregazione. Tante donne sole si prostituiscono, e fanno tanti bambini. E questi bambini sono denutriti e conducono una vita miserabile. E poi, tanti poveri qui, che vengono da fuori, non sanno neppure dove mettersi. Vivono come animali e devono pagare affitti scandalosi per queste baracche. C’è la mafia. Così vivono ammassati in un buco senza acqua né fogna”.

Suor Pasqualina, domando, come fate a mandare avanti tutto questo? E’ una struttura enorme, tanti stipendi da pagare... Da dove vi arrivano gli aiuti?

“Oh sì! C’è tanta gente che lavora qui. Gli insegnanti, le lavandaie, i cuochi, gli operai, e tutte queste giovani donne... Abbiamo anche un assistente sociale e due medici, una coppia. Per molto tempo hanno fatto volontariato, ma come si fa, anche loro devono pur vivere, hanno i loro figli, non possiamo, dobbiamo dargli un po’ di soldi.

Da dove vengono gli aiuti? Mah! Da dove capita. Io non faccio campagne missionarie, non mi piace. La Comunità Europea ci ha dato un po’ di riso e poi chi passa lascia qualche offerta. Quando vado in Italia non chiedo mai soldi, chiedo preghiere. Abbiamo molte famiglie che hanno fatto l’adozione a distanza, in tutta Europa: 378. Ogni famiglia riceve una scheda del bambino e sa esattamente dove vanno i soldi. Questa è stata una buona iniziativa, che ne ha fatte nascere delle altre. Le famiglie adottive mandano circa cinquantamila lire al mese, che qui non sono molte ma aiutano. Ci hanno permesso anche di educare le famiglie al risparmio, a fare progetti. Un tempo noi consegnavamo tutti i soldi alla famiglia adottata, ma abbiamo visto che non erano capaci di gestire queste entrate, che devono servire di principio a fare andare i bambini a scuola (quindi se il bambino non ci va, gli aiuti vengono sospesi). Allora abbiamo cominciato a svolgere le funzioni di una banca: una parte la diamo alla famiglia, l’altra rimane qui, in deposito. Così diverse famiglie sono riuscite a realizzare piccoli progetti, che poi possono portare altro reddito, come comprare una macchina da cucire, o fare un forno per fare pane da vendere, ecc...”

In trentasette anni di attività le Orsoline ne hanno fatte di cose. Adesso sono in tante zone del paese, con centri per handicappati e dispensari ecc...

Non posso far a meno di notare la carica e il dinamismo di questa donna di ottantadue anni, che gestisce, coordina, scherza, prende in giro in malgascio, paga la società, stimola le ragazze, si studia Mani di fata per inventare nuovi lavori da fare...

E insieme a lei è anche suor Fabrizia, altra ottuagenaria di cui colpiscono gli occhi azzurri pieni di allegria, nonché la forza fisica. E’ l’economa del gruppo, quella che si occupa dei conti, di farli tornare, pagando le spese, gli stipendi, i lavori da fare, e occupandosi lei stessa di costruzioni andando in giro per i vari centri, alla guida della sua R4 bianca.

Nella società laica, il più delle volte, una donna di ottant’anni è già da tempo tagliata fuori. Spesso vedova, o comunque con i figli grandi che “sono ormai per la loro strada” e ti fanno sentire tutta la tua solitudine. Difficile a quell’età, per chi ha sempre fatto la casalinga e la madre, trovare altri interessi in cui mettere le energie, e trovare un nuovo ruolo, importante, attivo. Le suore... sembrano non avere età. E forse ancor più le missionarie, che hanno vissuto il viaggio, il cambiamento, l’abbandono delle radici, per andare verso il nuovo, l’ignoto, con apertura e fiducia.

Suor Pasqualina ha le sue cose da fare, e mi appresto a congedarmi. Ma ora è lei che vuole curiosare e mi chiede “Sei sposata?” “No”. “Ah!... Allora io e te dovremo fare un discorso!...”

I ruoli si sono scambiati. Ora è lei che fa le domande. E mi affascina, questa vecchia suora, perché sono poche le persone che sanno ascoltare. Tornerò a trovarla, in mezzo a tutti i suoi poveri quotidiani.

Dalla Grecia con amore

 

Suo nonno arrivò qui nel 1901 per costruire la ferrovia con i francesi. Aveva già costruito quella in Etiopia. All’epoca i treni funzionavano. Servivano per trasportare le merci tra la madrepatria e i territori d’oltremare. La ferrovia portava a Tanà i prodotti dal porto di Tamatave, e viceversa.

Qui suo nonno si fermò, innamorandosi di una malgascia. Dall’incontro nacque suo padre, che come funzionario dei coloni poté prendere la cittadinanza francese, e sposò una francese.

Suo padre si installò in un podere sul bellissimo, vasto e pieno di fiordi, lago di Mantasoa (pron. Mantashù) e vi costruì bizzarri edifici in sasso, tra cui una chiesetta e un grande forno, per le ceramiche della moglie.

Il panorama è davvero stupendo, tutto attorno hai solo il silenzio, l’aria. Non un villaggio, non una strada. Colline spazzate dal vento, con una terra arida su cui crescono a stento cespugli di tuia e qualche ginestra. Un paesaggio molto europeo, quasi nordico.

“La gente viene qui e dice Eh, vi siete presi il posto migliore! No, non lo abbiamo preso, lo abbiamo fatto, con trent’anni di lavoro, di pazienza. Si è lavorato tanto, ma la natura ha fatto il resto, prodigiosamente. Qui c’è sempre acqua, tanta, anche nella stagione secca, questa è la nostra fortuna. Adesso ce n’è tanta, il lago è cresciuto più di metro e si sta alzando ancora. E’ stupendo. Tra poco comincia il caldo, e con tutta quest’acqua, sarà bellissimo!”

Cris (abbreviazione del suo nome greco) ama moltissimo questo posto.

“Sono nato e cresciuto qui, e ci tengo. Ho fatto le scuole a Tanà, poi sono stato in Francia alla fac, poi sono tornato qui, da quattro anni. Non volevo che tutto questo andasse in rovina. Mio padre si è stufato, è in pensione, si è fatto una casa a qualche chilometro, e non segue più niente. Allora ho preso in mano le cose, insieme a mio fratello”.

Da quattro anni fa il muratore-coltivatore-allevatore-eremita per rimettere insieme queste costruzioni nella tipica pietra locale, di colore rosso, e con il tetto in paglia. Un bel camino, mobili antichi di foggia europea. E’ davvero ciò che si dice un angolo di paradiso.

Il giardino curatissimo, che ti fa percepire l’amore del padrone di casa, pieno di piante e fiori, si apre su un’insenatura con il porticciolo. Poco più in là la casa del guardiano-aiutante, con la moglie e i figli, che si godono l’acqua del lago, per fare il bucato, lavarsi i capelli, fare il bagno, giocare.

Tutta una collina coperta di pini piantati da loro, gli unici che crescano qui, insieme agli eucalipti. Qualche bella palma, felci arboree, agavi enormi, tanti fiori.

“Non è sempre facile vivere a Mantasoa. Rischi di sentirti troppo tagliato fuori. Ma amo questo posto e voglio finire i restauri, poi si vedrà. Ogni tanto vengo a Tanà, per i rifornimenti, ma dopo un po’ che sono in mezzo alla gente... non ci sono più abituato, mi dà i nervi! E poi, tutta quella miseria, l’immondizia buttata nelle strade anziché fuori città. Non riesco più a capire. Non c’è più la volontà di far marciare le cose. Se continua così, se nessuno se ne occupa, quando tutti questi bambini saranno cresciuti, senza prospettive, senza niente, tra dieci o quindici anni, sarà una bomba a orologeria. Sarà la rivolta”.

E’ un incontro interessante quello con Cris, perché ...è di qui e non è di qui. Conosce il paese, ma riesce a dartene un’immagine da esterno, distaccata.

Con passaporto malgascio e francese, ha rinunciato a quello greco di cui non si serviva e per il quale “avrei dovuto fare i tre anni di servizio militare! Sono al 50% greco, 25% francese e 25% malgascio. Non mi è stato difficile avere la cittadinanza qui: l’unico modo per averla è di avere un antenato malgascio, e io avevo mia nonna, altrimenti non vi è nessuna possibilità. Non si vuole che entrino stranieri, che potrebbero colonizzare nuovamente e comprare il paese. Puoi comprarla, al limite, come hanno fatto gli indiani!” Rimango interdetta e mi dico “...peggio di Schengen!”.

Cris, gli chiedo, ma cosa pensi di fare qui, quando avrai finito tutto questo lavoro? “Bah, non so. Quando ho cominciato volevo fare dei bungalows per chi viene qui alcuni giorni, ma adesso sono così stanco! Comunque lo finirò, questo è certo, e poi vedrò”.

“Ma chi sono i turisti o i vacanzieri che vengono qui? Questa non è una delle grandi tappe del turismo straniero in Madagascar”

“Sì è vero, ma comunque ce ne sono. C’è gente del nord Europa che viene qui per un po’ di giorni, fa giri in barca e a cavallo. C’è la gente di Tanà, sia gli espatriati che lavorano qui sia i malgasci. Di malgasci non tanti a dire il vero, perché per loro questo posto è fady, e quando una cosa è fady... non c’è niente da fare!”

Fady sono i tabù, le cose vietate. Ve ne sono tanti in questo paese, diversi da cultura a cultura, da zona a zona. E’ molto importante conoscerli quando si viaggia perché bisogna fare attenzione a non urtare le credenze di un popolo e a rispettarlo.

Gli chiedo però, un po’ perplessa, perché mai l’intero lago di Mantasoa sia fady, e la spiegazione, in realtà, è piuttosto semplice.

“Mantasoa è un lago artificiale, che si è creato con la diga che hai visto, costruita nel 1934. Un territorio enorme è stato sommerso, andando a coprire vari villaggi. Molti tombaux di antenati quindi furono anch’essi sommersi, e i tombaux sono sacri. Per questo il lago è fady. Quando delle persone qui sono annegate, si è detto che fosse opera degli antenati, che si vendicavano. Per questo la gente ha paura. I fady sono estremamente diffusi, ancora oggi, e la gente li teme e li rispetta”.

“Ma sono molto diffusi anche tra i giovani? Anche tra la gente istruita?”

“Sì, anche tra la gente che fa vita di città e che ha apparentemente una cultura completamente diversa. Molta gente per esempio crede ancora profondamente nella magia, e attraverso la magia dà delle spiegazioni agli avvenimenti della propria vita”.

Continuiamo a chiacchierare mentre Cris ci mostra il suo terreno. E’ vero: in trent’anni di lavoro, di pazienza, e con l’aiuto della natura, questo posto è diventato davvero stupendo, e lo diventa sempre di più, man mano che lui e suo fratello aggiungono qualche pezzo, qualche idea bizzarra. Ci mostra l’allevamento di galline e di conigli, quello che stanno preparando per le anatre, l’orto. “Qui siamo quasi completamente autonomi. Andiamo in città solo per le cose che non ci possiamo produrre e che dobbiamo comprare... come le sigarette, ma per il cibo siamo autosufficienti”. Gli alberi da frutto, aranci e mandarini, palme, e poi le ultime idee: un allevamento di gamberi d’acqua dolce, che vendono ai ristoranti. Cris ci mostra orgoglioso ed entusiasta i vari procedimenti, la vasca dei maschi e quella delle femmine, ci spiega come avviene la riproduzione, cosa mangiano, e un po’ turbato “Adesso abbiamo il problema dei topi. Saltano fuori di notte e si infilano nelle vasche e vanno a stanarli”.

E’ davvero affascinante questa fila di laghetti, in cui l’acqua ha un flusso continuo perché deve essere corrente e sempre ripulita; sono coperti da tetti in paglia, perché la temperatura deve essere costante, se batte il sole i gamberi muoiono. Attualmente ne hanno duemila.

Continuiamo l’escursione e ci mostra la seconda novità: la coltivazione di geranio da essenza. Il Madagascar e l’isola di Nosi Be sono produttori di oli essenziali per la produzione dei profumi. “Il più grande produttore della zona - spiega Cris - è la Réunion, che quindi ha dei prezzi molto alti, allora i compratori europei cercano prezzi concorrenziali, per questo l’attività si sta diffondendo in Madagascar in questi ultimi anni”. Non è un appezzamento molto vasto, sono ancora alla fase sperimentale. Piccole piantine, messe sei mesi fa. “Tra non molto saranno pronte e la distillazione dovrà essere fatta subito, in un paio di giorni. E’ un lavoro da certosino, e prendiamo diverse persone ad aiutarci. Bisogna staccare le foglie una a una, metterle dentro la macchina per distillare e ... con 500 kg. di foglie fai un litro di estratto. Ma noi ne faremo molto meno. Da questo pezzo di terra verrà vuoi una bottiglietta! E poi dovremo vedere la qualità, come si fa con i vini, che dipende dalla pianta, dalla terra, dalla luce,... E a seconda della qualità, si definisce il prezzo”

Insomma, un grande lavoro, ed è necessaria una grande estensione di terra per fare una bottiglia. Resto un po’ perplessa perché non mi sembra un’attività redditizia. Nemmeno lui è convinto, stanno provando, e mi dice “Sai, per fare un litro di essenza di rosa ci vogliono 700 kg di petali di rosa! Solo i petali! Forse i gerani non sono molto redditizi ma sai, li pianti, e poi non fai più niente, crescono da soli. Li annaffi un po’ quando finiscono le piogge, e poi in due giorni si devono raccogliere e distillare, c’est tout”.

Torniamo verso questa bella casa di pietra e paglia, con l’acqua di sorgente che esce dal rubinetto. Il discorso scivola sull’imminente referendum per far diventare il Madagascar una repubblica federale (...strane consonanze... ).

Molti sono preoccupati “E’ tutta una scusa, perché questo presidente che ha tenuto per anni il paese sotto la dittatura vuole uccidere anche la Terza Repubblica e il federalismo è un modo per annullare la costituzione e riprendere il potere”.

Molti naturalmente sperano che vinca, per i soliti motivi, politici, economici, etnici. Perché “è meglio separarsi ed essere autonomi, quando i poteri sono già così separati tra gruppi distinti, che a volte davvero non si parlano. Sai, uno degli altopiani non può mica andare al nord e comprare un terreno per farsi una casa, o nemmeno a sud, sulle coste. E lo stesso al contrario, i Merina non vendono le loro terre ad altri, non solo agli stranieri, nemmeno agli altri malgasci. Vogliono tenere tutto per loro, ma non riescono a far andare l’economia del paese, così tutto è bloccato. Una mia amica in un villaggio a nord-est, accompagnava degli stranieri. Loro sono entrati in casa del capovillaggio, lei non ha potuto entrare”.

E’ difficile per noi capire, accettare. Eppure, qui queste cose sono considerate normali, non razzismo. E’ nella tradizione che alcuni gruppi tengono le distanze, tutto qui. Forse la mia deformazione professionale mi porta a pensare che anche qui ci vorrebbe un bel po’ di educazione interculturale! E chiedo “Ma cosa viene insegnato ai bambini? Cosa di dice delle altre etnie?” “Oh, non se ne parla. Tutto è tenuto a tacere. Sono discorsi che si evitano”

Non se ne parla, mi ripeto tra me, e ho un brivido, perché sono convinta che le cose non dette sono sempre quelle che prima o poi esplodono. Mi dicevano la stessa cosa in Burundi: “Prima non se ne parlava, io non sapevo neanche di che etnia fossi, poi un giorno... si è cominciato ad ammazzarci”.

Certo che però qui almeno i francesi sono stati un po’ più abili nello spartire i poteri, rispetto a quanto i coloni e i missionari hanno fatto tra i Grandi Laghi, dove è stata nettamente favorita un’etnia. “La gente degli altipiani ha già un enorme potere economico, per questo non hanno il potere politico. Ministri e presidenti sono sempre di altre regioni ed etnie. Se avessero anche quello... allora sì che sarebbe la rivoluzione! I francesi fin dall’inizio hanno cercato di dividere e dare un po’ agli uni un po’ agli altri, proprio per evitare la catastrofe”.

E’ passato un secolo, e mi affascina pensare a quel nonno greco, sbarcato qui nel 1901. Chissà come doveva essere questo paese? Tante foreste in più, ancor meno strade, un paesaggio ancor più naturale e difficile. Meno inquinamento, meno povertà. Un paese con colonizzati e colonizzatori.

Un nonno viaggiatore, che si innamora e rimane qui.

E dopo un secolo, questo nipote francesizzato, malgascizzato, ancorato a quest’eredità con tutto il pathos che un latino può portarsi addosso.

E’ ormai il tramonto su Mantasoa. Non si sente nulla e tutto è sempre più stupendo.

“Certo - gli dico - è proprio un peccato che queste ferrovie non funzionino quasi più”

“Già - risponde Cris tra lo spiritoso e il rammaricato - Mio nonno si starà rivoltando nella tomba!”.

 

 

Vorrei un ombrello, di quelli grandi

Sono finalmente tornata da suor Pasqualina. Avevo voglia di rivederla. Le vado incontro sorridente, ma lei invece mi accoglie con l’aria seria, e stanca. Davanti a sé ha una giovane coppia che va a chiederle aiuto: non hanno i soldi per pagare l’affitto, e se non pagano devono andarsene. L’affitto di un tugurio, naturalmente. E fuori c’è la fila, come tutti i giorni.

“Come si fa? - mi dice suor Pasqualina prendendosi la faccia tra le mani - Ce ne sono sempre di più, sempre di più. E il governo non fa niente, se ne frega. Povero Madagascar, dove andrà a finire!”

La vecchia suora, presa come sempre, mi fa incontrare Eliane, una delle loro insegnanti della scuola per collaboratrici domestiche. Eliane ha trent’anni e studia italiano, è contenta di poter fare un po’ di pratica con me. Mi porta nella sua classe, mi fa conoscere alcune ragazze, mi spiega il loro lavoro.

Prisca, una quindicenne, mi dice che vorrebbe fare la sarta, che spera di riuscire a comprarsi una macchina da cucire. Vive in uno dei quartieri poveri vicino alla parrocchia, dove in questi giorni vi sono gli allagamenti. “In casa mia c’è tant’acqua così - mi dice - Se piove ancora dobbiamo andare a dormire da degli amici”.

Eliane - chiedo - sei contenta di questo lavoro? Sorride scuotendo la testa. “Mi piace sì, ma sai.. guadagno poco. Prendo 150.000 Fmg al mese (=50.000 L.). La parrocchia non ha tanti soldi, viviamo della carità della gente. Per adesso va bene perché sono nubile, ma ad agosto voglio sposarmi, abbiamo fatto la festa sabato per il fidanzamento! E allora.. avrò bisogno di guadagnare di più. Ne parlerò a suor Pasqualina e spero che possa aumentare un po’ “.

Ah, ti sposi - le dico sorridendo - e il fidanzato te lo sei scelto tu o te lo hanno imposto come si usa qui? Si mette a ridere: “No, no! L’ho scelto io! Non si fa più in città, è nelle campagne che si usa ancora fare così!”

Sono le dieci di mattina e nella grande cucina del centro sociale stanno preparando la distribuzione che fanno giornalmente per circa cinquanta bambini denutriti. Eliane mi presenta Mamy, la coordinatrice della mensa, e questa mi presenta alle mamme in fila, spiega loro chi sono, mi fa vedere la cucina, parlando con molta dolcezza.

Le mamme, con movimenti calmi, portano su un grande tavolo del cortile le loro ciotole di plastica. Il tavolo si riempie di colori. Un grande pentolone fumante sta aspettando di riempirle.

Sembrerebbe scontato dirlo, ma questi bambini hanno davvero occhi tristi. Faccio alcune fotografie, mi guardano sorridenti, mamme e bambini, con curiosità. Alcuni sono stupendi, con le braccia magrissime, o la pelle piena di piaghe, o i capelli gialli.

Le ciotole adesso sono traboccanti di una bella zuppona di riso, sugo e una farina mista ipernutriente.

I pargoletti sono seduti in terra, vicini a gruppetti, mentre le mamme, con gli stessi movimenti tranquilli, senza coda, senza ressa perché ce n’è per tutti, vanno a prendere la propria ciotola. E il pasto comincia, un cucchiaio a te uno a me, con i più grandi che aiutano i piccoli, spesso li tengono in braccio. C’è una fisicità molto bella. Faccio altre foto a queste bocche che si spalancano, e le mamme mi guardano ridendo, ciascuna aspettando che riprenda il suo bambino. Mi affretto a dire che appena saranno pronte le stampe ne avranno una copia.

Mamy mi spiega che il riso viene dalla Comunità Europea, mentre il resto è fornito da Medecins sens Frontières. Sono contenta di vedere questa stretta collaborazione tra Chiesa e Ong laiche, non è sempre evidente, anzi. E mi spiega che in città vi sono altri 18 centri che fanno la stessa cosa ogni giorno. E i bambini sono tanti, e i poveri aumentano, e nemmeno lei riesce a spiegarsi perché.

Mentre qui i bambini mangiano, Eliane mi fa notare che in un altro angolo del centro vi è un’altra grande sala, con un’altra coda. “Due volte al mese c’è una distribuzione a mamme incinte e bambini sottopeso. Questo cibo è fornito da USAID tramite CRS (Catholic relief service). Ogni mese mamme e bambini vengono qui per tenersi controllati, viene data loro una fiche per il peso del bambino, vedi? I bambini che rientrano nella fascia rossa e in quella gialla hanno diritto al sostegno alimentare. Loro pagano 5000 Fmg, che non corrispondono al valore del cibo dato, sono più che altro per sostenere le spese di trasporto. Prendono un sacco di riso, una bottiglia d’olio e un altro sacco di una farina multinutritiva composta da mais, soia, zucchero,...”

Ovunque mi giro, in questo centro, è un formicolio di gente. Da una parte suor Pasqualina con la gente in fila - tanti vecchi - che chiede aiuti in soldi. Nella sala accanto e nel portico, un centinaio di donne che cuciono e ricamano. Qui una distribuzione, là un’altra, più giù la scuola delle ragazze, più giù ancora la scuola elementare con tanti bambini. Una grande calma, penso, e tanto efficientismo.

Intanto i piccoli hanno finito il loro piattone di riso. Era proprio pieno, meno male. Per quasi tutti sarà l’unico pasto della giornata. “Ma anche le madri hanno fame - mi dice Mamy - e a volte, quando pensano che io non veda, si mettono in bocca un cucchiaio della pappa dei bambini”.

Adesso le mamme tirano fuori un bicchierone: è la volta del latte. Regna una grande calma mentre si svolge tutto questo. I bambini sono silenziosi, hanno movimenti lenti. E’ un rito quotidiano, cui sono abituati.

Contemporaneamente vedo un inserviente riempire un’altra montagna di piatti colorati. “E questi per chi sono?” domando, “Per i bambini della scuola - mi dice Mamy - Duecento mangiano qui tutti i giorni”. Ora ricordo, Pasqualina me lo avevo detto. Un altro gigantesco pentolone fumante, e il cuoco contento di essere fotografato con il mestolone.

Mamy mi avvicina a Zoely, che vedo con due bambini. Il più piccolo è bello pasciuto, è quello più grande che soffre di denutrizione e beneficia della mensa.

Zoely è originaria di Mantasoa. “Che bel posto!” le dico, pensando alla visita recente e al meraviglioso rifugio di Cris.

Per lei invece, quel lago rappresenta solo la povera vita contadina, che ha cercato di lasciare, senza riuscirci, come tanti poveri che emigrano alla ricerca di condizioni migliori, illusoriamente. Ha venticinque anni, l’hanno fatta sposare a diciotto, ha tre bambini, tra i cinque anni e i sette mesi.

“Zoely, la tua famiglia è a Mantasoa, voi avevate la terra e facevate i contadini. Perché avete lasciato tutto, perché tu e tuo marito siete venuti qui, dove non avevate niente?”

“Mio marito era attratto dalla città. Gli piaceva la casa con la luce elettrica e le cose che ci sono qui. Ma adesso siamo separati. Lui era sempre ubriaco, non passava più un soldo in casa, e mi picchiava, allora io l’ho lasciato e non ci siamo più visti”.

“Allora sei sola adesso, e chi ti aiuta, non vorresti tornare a Mantasoa?”

“Mi dispiace che la mia famiglia sia a Mantasoa, lontano, ma io vorrei stare qui, essere indipendente, mantenere i miei figli. Non mi piace dover venire qui, chiedere aiuto alle suore. Un po’ mi aiuta la padrona di casa, io le faccio dei lavori e lei mi dà un po’ di soldi, e poi quando riesco ad avere i soldi per comprare della verdura, vado a venderla al mercato. Mi piace vendere al mercato, vorrei avere più soldi per poter comprare la verdura”.

“Non vorresti avere un altro marito, qualcuno che possa aiutarti?”

“I miei amici mi dicono che dovrei, ma è difficile. E’ difficile trovare un uomo che ti accetti con dei figli e che voglia bene anche a loro”.

Zoely parla molto timidamente, a bassa voce, col suo piccolo in braccio, come se si vergognasse o avesse paura, rivolta verso Mamy che mi traduce.

Le sorrido e chiedo “Zoely, che cosa ti piacerebbe maggiormente, che cosa vorresti? “

“Vorrei avere un ombrello, di quelli grandi, e sotto un grande tavolo, con la verdura, e vendere al mercato, e essere autonoma con la mia famiglia, da sola, senza dovere chiedere niente a nessuno”.

 

Osservazioni, meditazioni e incontri

 

 

- Acqua, acqua e ancora acqua

Fa bel tempo per qualche ora, e tu illusoriamente pensi “è finita la stagione delle piogge”. Invece continuano, torrenziali. Dicono che da molto tempo non si vedeva una cosa del genere. Se vanno avanti ancora, la città tra poco sarà in ginocchio. Alla periferia di Tanà le risaie sono diventate laghi in cui andare a pesca e in piroga, molte strade sono allagate, molte case anche. Le piste si trasformano in torrenti. Montagne di riso andato perduto. I poveri, non potranno che aumentare.

- E’ marzo

Quando sono in viaggio, il tempo passa sempre a una velocità anormale. E’ trascorso l’8 marzo e non me ne sono neppure accorta. Ero in un villaggio sperduto, ai piedi del massiccio dell’Isalo, un grande parco nazionale che negli ultimi anni attira sempre più turisti amanti della natura e del trekking. Un paesaggio fantastico. E la strada che si fa per arrivarci lo è altrettanto. E’ tutto talmente bello che non ti sembra vero. Ero impegnata con il Sindaco – a sua volta sotto stress per l’imminente referendum – e i padri lazzaristi della missione italiana.

A ripensarci ora, con qualche giorno di ritardo, mi viene in mente l’8 marzo dell’anno scorso. Ero a Muyinga, allo stadio, in mezzo a tante donne con abiti colorati, che parlavano di pace.

- Verso Manakara

Ho deciso di tentare l’avventura ferroviaria. In Madagascar se non hai un’auto non è molto facile spostarsi. Prenderla a noleggio costa caro, i taxi brousse sono scomodi e fanno un po’ paura perché gli autisti guidano come matti. Di ferrovie ce ne sono solo due funzionanti: una da Tanà ad Ambatondrasaka, e l’altra da Fianarantsoa a Manakara. L’aereo è sempre il mezzo più comodo e veloce, però si perde moltissimo del paesaggio, e anche lui costa caro.

Ho preso la linea per il mare, costruita dai francesi con il nome “Fianarantsoa – à la cote est”. Teoricamente dovrebbe partire alle sette di mattina e arrivare alle due del pomeriggio, che già non è poco se si considera che il tratto è di “ben” 160 km. Siamo partiti alle 18,30 e arrivati alle 6,00 della mattina dopo!

Non so come si faccia a metterci 12 ore per fare 160 km. Anche in Egitto non ho capito come abbia fatto l’autobus ad impiegare 9 ore per fare 450 km. di una strada perfetta, asfaltata, senza buche, tutta dritta! Ad ogni modo, non si può capire tutto… Fatto sta che è andata così, con circa venti minuti di viaggio e tre quarti d’ora di sosta, e una quantità infinita di sacchi di riso e di banane che venivano caricati e scaricati per essere venduti in altri paesi e città. E ad ogni stazione tanta gente che vende le cose più diverse da mangiare, cosicché per ammazzare il tempo uno non fa che ingozzarsi continuamente: di uova d’anatra, gamberi di fiume lessati, mais arrostito, frittelle di farina di riso, frutta assortita e altro ancora.

Il viaggio è piuttosto estenuante, ma è comunque molto bello. Si attraversa la stupenda foresta di Ranomafana – anch’essa parco nazionale – e praticamente ti entra dai finestrini del treno. I rami sbattono all’interno e i sedili si riempiono di foglie profumate. Chilometri e chilometri attraversando uno spazio sconfinato di montagne a perdita d’occhio, rocciose, o coperte di coltivazioni o dalla foresta pluviale, con innumerevoli torrenti e cascate, e gente che ti saluta e corre a vedere il treno che passa.

Questo paese è cosi’ vasto, le distanze cosi’ grandi, che ti dà spesso l’impressione di attraversare un continente. Anche le differenze sono molto profonde, in tutti i sensi: di paesaggio, di architettura, di configurazione etnica.

Quando sei all’Isalo, tra capanne di fango molto africane e una popolazione nera, o a Manakara, tra casette di legno e foglie e una popolazione scura ma mista, i meccanismi metropolitani di Tananarive ti appaiono lontanissimi, e ti viene davvero da chiederti come facciano simili differenze ad appartenere ad uno stesso paese. E come facciano le persone a sentirsi cittadini dello stesso paese.

- Un agricoltore-scrittore

Una delle cose belle del treno è che ti permette di stare rilassato. Leggere, dormire, chiacchierare, fare incontri. E durante il viaggio di andata incontro Robert Michel. Un corpo magro magro, un viso anziano con occhi profondi, in cui riconosci uno spirito intellettuale. E come tale, Robert Michel ama curiosare, interessarsi alle cose. “Ci sono dei vasà sulla carrozza? Bisogna mettersi a chiacchierare!

Sorridente, senza timori, mi interpella. E così scopro una figura di estremo interesse. Un contadino antanala, amante della lettura, che ha una fattoria per la coltivazione del caffè, e ha fondato con altri una Ong per il sostegno dei contadini della sua regione, e lo fa con grande autocoscienza e spirito sociale. Ha scritto vari libri tecnici, per la formazione dei contadini. Ci racconta delle difficoltà della sua zona, che “puoi raggiungere solo in treno. Quando c’è un guasto, quando il locomotore si ferma, non ci sono piste, devi fare un centinaio di km. a piedi”. E a lui “l’avventura” è capitata spesso, perché ogni mese deve andare a Fianarantsoa, con treno o senza treno, dove i due figli adolescenti fanno le superiori.

Tante difficoltà per questi contadini, tanta coscienza politica: “Ci sono 32 re su 9 comuni – ci spiega – e conservano più potere degli amministratori pubblici. Non si può prendere delle decisioni senza consultarli. Ed è con loro, con i consigli e le decisioni prese nei regni, che è nata l’Ong e che viene portata avanti”.

La mia curiosità antropologica mi fa drizzare le antenne. Inevitabile lo scambio di indirizzi. Non ho capito come accidenti si arriva a casa sua, ovvero, quanti km. a piedi bisogna fare. Ma mi piacerebbe andarci, e raccogliere tante informazioni sui costumi antanala e i trentadue regni.

- Manakara e …un malinconico “come eravamo”.

Sulla nostra guida la città è a malapena menzionata. “Che ci si va a fare?”, verrebbe da chiedersi. Ma ci siamo e – “turisticamente parlando” – davvero non offre nulla. E’ una semplicissima, tranquilla cittadina di pianura, sull’oceano indiano che si rifrange qui con tutta la sua potenza (come negli altri mille km. di costa est).Qui finisce la strada asfaltata, non è esattamente ciò che si dice “una città di passaggio”: devi venirci apposta. Conseguenza positiva: ci sono pochissime auto. Le strade pianeggianti hanno invece favorito anche qui la diffusione dei risciò: a decine. Ha conservato un delizioso aspetto tradizionale: c’è un grande silenzio, quasi nessuno straniero, e le case sono in grande maggioranza di legno e paglia.

Una delle prime cose che ci dicono è che “E’ pericolosissimo fare il bagno, anche la scorsa settimana è morto uno e lo hanno ritrovato giorni dopo a pezzetti, sbranato dagli squali”. L’oceano è cosi’: c’è la risacca, a un metro dalla riva cominciano i vortici, le onde sono molto alte e risucchiano, non si riesce ad uscirne. E se rimani dentro… ti aspettano altri incontri.

Si’, l’oceano è frustrante. Un mare bellissimo, da guardare e non toccare. E questo spiega anche il motivo del grande successo turistico di isole ben più piccole e dell’insuccesso, per dir cosi’, del Madagascar, oltre naturalmente ai motivi politici e commerciali. Mauritius, Seichelles, Maldive, sono circondate dalla barriera corallina, che rende le loro spiagge incantevoli e “fatte apposta” per bagnarsi e fare immersioni. Il Madagascar ha circa 5000 km. di costa … dei quali non puoi fare praticamente quasi nulla. Soggetti ai cicloni, alla malaria. Le uniche località marittime sviluppate sono sulla costa ovest, più protetta, o sulle piccole isole di Nosy Be e Saint Marie

A Manakara passa il bellissimo Canale di Pangalan, che ha inizio più a sud, a Farafangana: mille chilometri di collegamenti (realizzati dai francesi) tra un lago e l’altro, che portano fino al porto più importante, a nord, Tamatave. Un tempo era interamente navigabile, sia per i mercantili sia per i viaggiatori. Ora, il primo tratto ci dicono non lo sia più, se non per le piccole piroghe. “Problemi di manutenzione”.

E’ triste, ma in tanti posti, girando per il paese, le situazioni e le persone stesse ti ripetono “Eh, questo funzionava ai tempi dei francesi!”. Viene da chiedersi con rammarico come fosse questo paese qualche decina d’anni fa. Il treno funzionava regolarmente, rispettava le corse. Le scuole funzionavano. I centri di salute funzionavano. Grosse imbarcazioni solcavano il Canale da nord a sud, portando ogni mercanzia, e queste belle case vagamente in stile liberty erano ben tenute, abitate, vive. Ora tutto, ha un’aria decadente. C’è tanto di bello, perché è bella la natura. I colori sono intensissimi, la gente è allegra, le piante, i fiori, i profumi ti avvolgono ovunque. Ma “questo non funziona, quello non funziona”.

E’ la penosa realtà di tutti i paesi che sono stati colonizzati e decolonizzati. Specie se poi governati da sistemi dittatoriali che ben poco hanno fatto per salvare il salvabile, e anzi hanno fatto fuggire le competenze utili al paese, servendo interessi privati, o seguendo altri governi ora morti e sepolti.

Chi ci rimette è sempre la gente, in ogni parte del mondo. I politici hanno sempre mezzi di trasporto efficienti, e scuole e cliniche per sé e le loro famiglie.

- Il Palazzo della Regina e i fuochi dell’Unesco.

Il ritorno a Tanà non è stato facile. Il taxi brousse, se possibile, è ancora più allucinante del treno. Un’altra notte in viaggio, stretti e scomodi, e al freddo dato che l’autista doveva tenere il finestrino aperto per non dormire.

All’alba ecco finalmente le porte della città, con quel palazzo presidenziale eretto dal presidente-dittatore, a rigorosa somiglianza con l’antico Palazzo della Regina, che troneggia su una collina al centro città. A proposito: il Palazzo della Regina, che conservava le reliquie degli ultimi re e regine malgasci e innumerevoli dipinti e mobili antichi, era stato completamente restaurato con fondi Unesco. Un incendio recente – doloso – ne ha lasciato solo i muri (l’antico tetto era di legno, con un’alta cima).Pare che ciò sia stato dovuto al fatto che i responsabili dei lavori non erano in grado di dimostrare (regolarmente) come erano state spese le incredibili cifre richieste per il restauro.

- Una cena colorata

E. ed io eravamo l’unica coppia “normale”. O meglio, dato che eravamo gli unici, eravamo noi i diversi. Nel senso che eravamo l’unica coppia non mista, tra vari altri esempi di unioni intercontinentali. E la cosa che mi ha colpito è che ero in mezzo a persone che davano proprio un’immagine felice, di amore riuscito, stabile, duraturo.

Una peruviana da anni sposata ad uno svizzero tedesco, in attesa del terzo figlio; una colombiana e un francese con due figli grandi; una brasiliana e un francese con due bambini; e poi un’italiana e un malgascio anch’essi in attesa del terzo figlio.

Vi era un’atmosfera di grande allegria, ma forse fra tutti chi più mi ha colpito è stata proprio C., l’italiana.

Vive in Madà ormai da cinque anni e quando le chiedi come è successo lei ride e dice “Sono venuta qui per lavoro, dovevo fermarmi 24 ore, poi ho conosciuto lui … e dopo sei mesi eravamo sposati!”.

Sono una coppia che si nota: belli, eleganti, come sono generalmente i ricchi. Molto cortesi e di classe. Si capisce come possano essersi reciprocamente sedotti a colpo di fulmine.

Ma soprattutto mi colpisce la capacità di lei, di lasciarsi andare, senza timori o preconcetti. E’ vero che lui appartiene ad una delle famiglie più ricche del Madagascar, e come tutti i ricchi dei paesi poveri ha passato la maggior parte della sua vita vivendo e studiando nelle migliori scuole e università del mondo.

E’ un uomo d’affari, capace di gestire grossi budget e con una fitta rete di relazioni altolocate.

Ma ciò non toglie che sia un bel salto. Significa comunque sposare un’altra cultura, un altro paese, lasciare per sempre la propria città, i propri amici, le cose che si è abituati a fare giornalmente, per qualcosa di totalmente altro.

Per quanto io sia sempre alla ricerca di conoscere e assorbire l’alterità, non credo che potrei mai fare scelte definitive. Appartengo a quella categoria di girovaghi che ama sapere di poter fare ritorno, di avere delle radici, da qualche parte.

Lei ha avuto il coraggio dell’abbandono totale, per viversi il presente e la sfida di un futuro inconsueto. Ha seguito la via del cuore. Tra l’altro, lui costituisce davvero una bella “sfida” in quanto a universo culturale. E’ un indiano malgascio, e gli indiani qui hanno un grande potere economico come in gran parte dell’Africa orientale, motivo per cui sono spesso odiati dalla gente del posto e anche presi di mira con atti di vandalismo verso le loro imprese.

E’ dunque una doppia appartenenza culturale, con tutto ciò che significa in credenze religiose, tradizioni, lingue parlate in casa, ecc. I bambini di C. e Y. cresceranno con questa grande ricchezza: in casa loro si parla l’indi, il francese, il malgascio, l’italiano.

C. potrebbe fare la signora, non porsi problema di sorta verso le miserie del Madagascar. Invece ha deciso di darsi da fare, di utilizzare anche le sue amicizie ricche in Italia per creare un’associazione che aiuti i bambini orfani. Da sola, ha raccolto trenta milioni di lire in sei mesi, con cui aiuta vari centri e missioni. E’ bella nel suo vestito lungo con questo pancione in evidenza. Complimenti, mia compaesana, e tanti cari auguri. Per tutto.

- Il villaggio di don Pedro

E’ un personaggio molto conosciuto a Tanà. Su di lui e la sua esperienza sono stati scritti vari libri. Di lui ha parlato anche Jacques Cousteau, in un libro fotografico sui mari del Madagascar.

Basta che chiedi al taxista “il villaggio di don Pedro”, e lui ti ci porta. Alcuni km. fuori città, sulla strada est, verso Tamatave.

E’ un missionario lazzarista, sudamericano, che è riuscito in pochi anni a realizzare un piccolo-grande miracolo, o una rivoluzione, che dir si voglia. Per i poveri, i diseredati, gli affranti, gli sconfitti, i senza voce di questa città. Che come tutte le città, ha le sue facce prodigiose, e quelle infernali.

Sono sempre di più le persone che finiscono a vivere di niente, con qualche straccio e un pezzo di cartone. Uomini e donne ai margini, ai confini dell’immaginabile, del tollerabile. Hai l’impressione che vaghino come fantasmi. E’ difficile avere una comunicazione con loro, come con i barboni delle nostre città.

E’ una comunicazione che spaventa. Chi sono? Perché sono finiti così? Cosa pensano? Cosa sentono?

Comunicare con loro comporta un cambio di registro allo zenit. E una capacità rara di mettersi all’ascolto, senza giudicare.

Don Pedro, da otto anni, si è messo a raccogliere/ accogliere questi derelitti. I figli di nessuno. I senza patria. E ciò che si vede oggi ha davvero del miracoloso. Ti chiedi come sia stato possibile in così poco tempo e da un uomo solo.

Sono ormai cinque i villaggi che l’associazione da lui creata – insieme agli stessi interessati – Akamasoa, ha messo in piedi nella periferia di Tanà, e altri in altre città. Sono 16.000 le persone che vi abitano, tra cui 7000 bambini, che usufruiscono di scuole a partire addirittura dalla Garderie (l’asilo nido).

Ha avuto tanti aiuti privati, ma anche i finanziamenti CEE (…a volte i fondi pubblici arrivano a una buona destinazione…) e grossi contributi dal Principato di Monaco.

Cosa c’è di particolare nell’intervento di don Pedro? Ciò che colpisce, almeno personalmente, è senz’altro la mole del suo lavoro, la quantità e la vastità del risultato. E poi, naturalmente, la tipologia.

L’esperienza di Akamasoa nasce sull’immondezzaio di Tanà: una montagna di schifezze da anni ricoperte di terra, su cui razzolano decine di individui alla ricerca di chissà-cosa. Don Pedro decide di tentare la strada del compost. “Dal letame nascono i fior” diceva una vecchia, splendida canzone di De André. Akamasoa ne è un’ennesima dimostrazione.

Questa montagna puzzolente costituisce oggi la fonte di reddito per seicento donne organizzate in cooperativa, che ogni giorno la scavano divise in gruppetti, la sbadilano filtrandola contro le reti metalliche di quelli che furono probabilmente comodi letti, e ne tirano fuori una terra fertile venduta nei supermercati di città.

Dall’immondezzaio è nata quindi l’edilizia abitativa. Diseredati destinati a passare le loro notti nei cartoni o teli di plastica, si ritrovano oggi ad avere una casa per famiglia, grande, in duro, mattoni cotti e tegole, con giardino da coltivare e balcone.

Ciascuno, e la comunità insieme, costruisce la propria casa, e gli uomini hanno costituito poi una cooperativa edile che svolge lavori esterni su ordinazione.

Ogni giorno vi sono sei-otto nuove famiglie che bussano alle porte di Akamasoa per chiedere di entrare a farne parte. Vengono sistemate in case provvisorie, e cominciano a lavorare.

I centri comprendono tutte le attività dei normali villaggi: il mercato, il fornaio, i laboratori artigianali, il negozio per vendere ai visitatori, che sono numerosi.

Gli abitanti sono consapevoli della loro acquisita ricchezza: la capacità di autorganizzarsi. L’autocoscienza cui d. Pedro li ha formati per essere gli artefici e i costruttori del proprio destino, dei propri diritti, della propria dignità.

Oggi costituiscono una comunità capace di progettazione. Se don Pedro scompare, Akamasoa non si annienta.

Attraversi questo villaggio con tanta gente che ti saluta e ti accoglie come dire “Sei venuto a trovarci? Vedi cosa siamo riusciti a fare!” Cammini sull’immondezzaio con tutte queste donne intente al loro faticosissimo lavoro, molte con i bambini sulla schiena, e il sole che batte implacabile.

E ti sorridono, ti applaudono persino, come dire “Bravo che sei venuto qui da noi, guarda com’è bello ciò che facciamo. Siamo donne, siamo organizzate, ci guadagniamo da vivere e manteniamo le nostre famiglie".

Dall’immondizia al compost… don Pedro è stato capace fisicamente di spostare le montagne!

- Le tovaglie di Jean Jacques

Ce n’è davvero per tutti i gusti quando si viaggia. Incontri le persone e le storie più strane, più diverse, le più affascinanti e le più strampalate.

Un paese come il Madagascar poi, è per molti terra di fuga, di sogno, di avventura, di conquista. Forse alla ricerca di un mitico paradiso tropicale, che bisognerebbe invece cercarsi dentro…

Vi sono qui molte persone di assai dubbia, se non pessima, reputazione. E purtroppo ho scoperto che tra questi vi sono non pochi italiani. Gente “evasa” in senso letterale, perché a casa propria avrebbe avuto non pochi problemi. Anyway…

Ci sono poi personaggi bizzarri e simpatici, semplicemente alla ricerca di vivere in pace, lontani dalla nevrosi e dai ritmi europei.

Jean Jacques ha l’aria più che simpatica, quasi buffa. I capelli un po’ lunghi su un viso tra i 45 e i 50. Ha lasciato la Francia in cui si occupava di arredamento e restauro, ed è venuto qui, otto anni fa. E’ scultore, la casa piena di lunghi corpi e visi di donne, scolpiti in pregiati tronchi di palissandro. Ma avere il visto di residente in Madagascar non è cosa semplice. Devi dimostrare di essere un soggetto utile, economicamente, diversamente… te ne puoi anche andare. Così J.Jacques si è inventato un’azienda di produzione in sartoria, che mette insieme abiti in tessuti tradizionali e tessuti per arredamento. Non fa molti soldi, non è il suo obiettivo. Riduce i consumi, non ha la macchina.

La casa laboratorio sulla città alta, con una magnifica veduta su Tanà, le vaste colline, il lago, dal lato del tramonto. Un salotto sempre esposto al sole.

“Certo – dice ridendo – devo darmi da fare. Se non produco più soldi c’è caso che non mi rinnovino il visto!…”

E’ sempre sorridente, gli occhi gli esprimono molta allegria.

Dalla Francia al Madà, a fare calzoncini e tovaglie… Ognuno ha il proprio posto, l’importante è trovarlo.

I calzoncini sono carini… aspetta che li provo!

 

Commiato

Ho passato alcuni mesi in questo stupendo paese, grande quanto un continente, durante i quali ho cercato di assorbire il più possibile, e di fare silenzio. Sentire, soprattutto.

Una ricerca che ho sempre seguito, e che mi fu svelata soprattutto nelle lunghe, solitarie, spesso fredde, serate di Muyinga. In quella bellissima casa di mattoni, immersa tra gli eucalipti, sulle colline tra i Grandi Laghi. Grazie Madagascar, per avermi accolta e regalato le tue bellezze. Spero di rivederti un giorno.

Aprile, 1998

 

 

 

1] Si veda il libro di Enda “Enfants en recherche et en action”, tradotto in italiano da Silvia Montevecchi per EMI, Bologna, “Ragazzi in ricerca e in azione”.

 

© Silvia Montevecchi